Negli ultimi anni l’Italia ha costruito, passo dopo passo, un capitale di fiducia che i mercati non concedono mai gratuitamente. Il progressivo risanamento dei conti pubblici, figlio di una gestione prudente della finanza pubblica da parte del ministero del Tesoro, ha permesso una significativa compressione dello spread tra Btp e Bund, arrivato a toccare i livelli più bassi dai tempi pre-crisi del debito sovrano, in area 60 punti base. Un risultato tutt’altro che scontato e difficilmente immaginabile al momento dell’insediamento del governo Meloni nell’autunno del 2022, quando lo spread viaggiava a livelli ben più preoccupanti nell’intorno dei 250 punti base e la montagna di debito teneva lontani gli investitori internazionali dalla carta italiana. A tre anni e mezzo di distanza il calo del differenziale ha avuto effetti concreti e tangibili: minori costi di finanziamento per il Tesoro, maggiore sostenibilità del debito, la cui traiettoria si è stabilizzata, e un rinnovato interesse da parte degli investitori esteri e domestici testimoniato dai collocamenti con domanda record che hanno segnato tutte le ultime emissioni di via XX Settembre.
In altre parole, il puntellare i conti pubblici ha pagato. Ma non è un risultato acquisito una volta per tutte. Il nuovo scenario geopolitico, con le tensioni in Medio Oriente e il conseguente shock energetico, rimette sotto pressione gli equilibri costruiti negli ultimi anni. I mercati tornano a selezionare e chiedere premi per il rischio più elevati. «Il recente allargamento del Btp-Bund va letto dentro un repricing più ampio del rischio globale – spiega a Moneta Daniele Bivona, portfolio manager AcomeA Performance e AcomeA Global Bond – e l’Italia non può esimersi dal fare i conti con l’elevato stock di debito a cui si somma la spiccata esposizione agli shock energetici». Secondo Bivona nell’attuale contesto caratterizzato anche da crescenti pressioni inflattive e una curva dei tassi che incorpora una restrizione monetaria della Bce – elementi che amplificano la volatilità sui titoli di Stato – l’Italia non può permettersi alcuna ambiguità sulla traiettoria fiscale. «Il contenimento del debito è una variabile cruciale insieme all’avanzo primario, che dallo 0,7% del 2025 è atteso migliorare verso il 2% nei prossimi anni», gli fa eco Gianni Piazzoli, direttore investimenti di Vontobel Wealth Management Sim.
Un elemento che distingue l’Italia rispetto ad altri Paesi europei con deficit più elevati e che contribuisce a mantenere sotto controllo il rischio percepito. «Questo consente all’Italia di offrire una prospettiva più positiva rispetto ad altri Paesi europei caratterizzati da forti deficit sia nominale che primario (cioè al lordo degli interessi pagati sul debito, ndr)», aggiunge Piazzoli, con l’effetto finale che «dovrebbe contenere l’allargamento dello spread tra Btp e Bund decennali in un intorno di 100 punti base anche in questa fase di crisi energetica».
Nonostante le tensioni legate alla guerra in Medio Oriente, il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi si è saldamente mantenuto a livelli significativamente inferiori ai picchi toccati ad aprile 2025 durante la fase più acuta della guerra dei dazi. Le ragioni della maggiore resilienza sono plurime. Nell’ultimo anno, l’Italia ha beneficiato di rilevanti miglioramenti del merito di credito, tra cui gli upgrade da parte di Moody’s e Fitch, nonché una più recente revisione positiva dell’outlook da parte di S&P. «Ciò ha favorito il ritorno degli investitori esteri sul mercato e ha posto le basi per una compressione strutturale dello spread», argomenta Luca Cazzulani, head of Strategy e FI strategist di UniCredit, che vede il differenziale con Berlino ricollocarsi stabilmente intorno a 80 punti base nello scenario base, ossia di un conflitto che non si intensifica e con i prezzi dell’energia che si riducono gradualmente. Sul fronte delle agenzie di rating, è ancora fresca la conferma del giudizio da parte di Moody’s che ha ribadito che il percorso di consolidamento italiano è «credibile e ragionevole», con il rapporto debito/pil che nel 2025 è stato solo leggermente superiore alle attese (137,4 rispetto a 137,1%), da ascrivere al persistere degli effetti di misure non strutturali quali il superbonus.
Nel breve termine, tuttavia, il quadro resta legato anche a fattori esogeni, a partire da possibili strette della Bce – attualmente il mercato prezza due rialzi da qui a fine anno – che rappresenterebbero un fattore critico per un Paese come l’Italia con un rapporto debito/Pil elevato e un rapporto interessi/Pil vicino al 4%, il più alto nell’area euro. In aggiunta, la possibilità di prezzi dell’energia persistentemente elevati potrebbe richiedere ulteriori misure di sostegno a famiglie e imprese da parte del governo e quindi pressioni al rialzo sul deficit. Gli esperti ritengono comunque che la risposta di Roma alle criticità esogene non deve assumere le sembianze di una stretta prociclica che rischierebbe di comprimere la crescita. «La leva più intelligente è massimizzare l’utilizzo delle risorse del Recovery Plan e convogliarle su investimenti capaci di aumentare la crescita potenziale», spiega Bivona di AcomeA. In sostanza, non una disciplina fiscale fine a sé stessa ma un’azione più proattiva volta a dare fiato all’economia tricolore.
Il messaggio che arriva dai mercati è chiaro: il lavoro fatto in questi anni ha rafforzato la credibilità dell’Italia e per preservare la fiducia conquistata risulta ancora più essenziale il mantenimento di una prudente gestione delle finanze pubbliche di fronte a contesti sfidanti, come quello attuale.
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