C’è una strada che da Piazza Santa Trìnita a Firenze si fa tutta curva e rinsecchita sul lato sinistro, guardando l’Arno. È Borgo Santi Apostoli e se si supera la boutique di Ferragamo se ne può trovare un’altra, la cui vetrina irradia di colore le pietre umide del vicolo. È il bagliore dei cappotti di Panno Casentino, tessuto antico prodotto nella provincia di Arezzo che divenne famoso quando vestì Holly Golightly, interpretata da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, del cappotto arancione becco d’oca. Un tesoro che, come tanti altri del nostro Stivale, sta pagando a caro prezzo i rincari sull’energia, le sanzioni alla Russia per l’invasione dell’Ucraina, la guerra di Usa e Israele in Iran e l’incertezza provocata dai dazi Usa. La tradizione laniera italiana sconta una crisi senza precedenti e – purtroppo – è in buona compagnia. Un tempo Quarrata, una piccola città nel pistoiese, era il tempio dell’arredo tessile. Se vent’anni fa si appiccicava il muso al finestrino dopo che l’auto aveva svoltato su Viale Montalbano, la strada principale, c’era il rischio di rimanere a bocca aperta vedendo tutte quelle vetrine colme di divani e poltrone di design.
E risalendo il Bel Paese esiste un’ isola – anzi, un piccolo arcipelago – in cui il tempo si sarebbe dovuto fermare prima dell’Annus horribilis: il 2020, quando il Covid bloccò il turismo e dette il via ad una lunga serie di disastri economici e geopolitici che stanno creando molti problemi ai mastri vetrai di Murano. Dal crollo del 2020, quando la produzione industriale italiana ha toccato un calo storico del 42,5% su base annua nell’aprile del lockdown, la manifattura è entrata in una fase di stagnazione: dopo il rimbalzo del 2021-2022, il settore ha registrato tre anni consecutivi di contrazione tra 2023 e 2025, con un calo dello 0,2% nel 2025 secondo Istat, e un 2026 ancora debole, aperto da una flessione dello 0,6% a gennaio.
UN Panno antichissimo
Dietro il Panno Casentino c’è una storia antichissima. La sua produzione deriva dal panno grosso medievale, un tessuto ruvido utilizzato già nel Trecento. La sua cifra è la ratinatura, lavorazione che crea il caratteristico “ricciolo” superficiale attraverso una macchina chiamata ratinatrice. L’aumento dei costi energetici e delle materie prime ha portato alla chiusura della Manifattura del Casentino, azienda di Soci, in provincia di Arezzo. I macchinari si sono spenti e ci sono dodici artigiani che da ottobre sono in a cassa integrazione, con una fabbrica dai cancelli sbarrati ormai da mesi e un tavolo in corso in Regione che ancora non ha portato frutti. «Il panno Casentino nasce nel Medioevo ed è legato alla storia di questa valle», spiega Claudio Grisolini di Tessilnova, azienda laniera dell’aretino. «Per secoli la lana era disponibile grazie alla transumanza tra Maremma e Casentino, in un territorio freddo e ricco d’acqua, ideale per sviluppare questa lavorazione. È una tradizione che è andata avanti per quasi 800 anni senza interruzioni». Il punto, non è tanto il prodotto in sé. «Il Panno continua ad avere richieste ma il settore soffre una contrazione generale, con le fibre sintetiche e i materiali a basso costo che stanno sostituendo la lana». Le cause della crisi si sovrappongono. «La guerra in Ucraina ha chiuso mercati importanti come Russia e parte dell’Asia. La crisi energetica ha fatto esplodere i costi. E poi c’è il tema delle materie prime: gran parte della lana arriva da Australia e Nuova Zelanda. Con le tensioni nei trasporti, anche negli stretti di Hormuz e Suez, sono aumentati assicurazioni e spedizioni, facendo salire i prezzi».
A questo si somma l’incertezza commerciale. «I dazi americani hanno bloccato gli ordini per mesi: le aziende non sapevano quanto avrebbero pagato e hanno sospeso tutto. Oggi gli ordini continuano a diminuire e le spese aumentano».
L’arredo tessile
C’è stato un tempo in cui in un piccolo comune in provincia di Pistoia batteva il cuore dell’arredo tessile italiano. Una storia fatta di molti artigiani nati come piccoli laboratori a Quarrata. «Oggi abbiamo uno stabilimento da 20 mila metri quadrati, ma è sovradimensionato: siamo passati da circa 100 dipendenti a 30 negli ultimi 20-25 anni» spiega a Moneta Fabrizio Gili, responsabile vendite di Satis, azienda manifatturiera.
Il vero spartiacque, anche stavolta, è stato il Covid: «durante la pandemia ci siamo fermati completamente, essendo un’azienda fortemente orientata all’export, soprattutto verso la Francia. Alla ripartenza c’è stata una fiammata iniziale, ma non siamo mai tornati ai livelli di prima: ci siamo fermati intorno al 70-75% del fatturato». Quarrata ha vissuto un’epoca d’oro grazie a un prodotto specifico, lo “scorniciato”, il divano con il legno a vista, molto richiesto soprattutto in Francia. Quando quel prodotto è tramontato, si è passati a linee più contemporanee. Ma lì è cambiato tutto: servivano progettazione, idee. E molti imprenditori non erano preparati. «Competiamo sempre di più con aziende polacche: producono su larga scala, con costi più bassi e una qualità ormai vicina alla nostra. E vendono con il loro marchio» spiega. «Noi siamo in una fascia intermedia, vendiamo divani tra i 3 mila e i 5 mila euro». Il problema è che la fascia media si sta impoverendo e il potere d’acquisto è in caduta libera. A questo si aggiunge la perdita del mercato russo, che era il secondo dopo la Francia. La guerra in Ucraina ha bloccato tutto: problemi nei pagamenti per via dello Swift, difficoltà anche nelle comunicazioni. «La conseguenza è che dobbiamo cercare nuovi mercati: stiamo lavorando in Asia e avevamo programmato un viaggio a Dubai per maggio» ma ovviamente è stato annullato.
Il vetro di Murano
E arrampicandosi su nella Penisola è possibile approdare nella fabbrica sull’acqua d’Italia, dove le cose dopo il Covid sono molto cambiate. La guerra in Ucraina ha rincarato la dose, facendo schizzare le bollette del gas a livelli mai visti prima e i dazi di Trump hanno costituito un grave problema: gli Usa sono i maggiori acquirenti del vetro di Murano. Oggi l’isola veneziana conta circa 150 imprese e poco più di 1.200 addetti, numeri stabili rispetto al 2020 ma molto inferiori alla dimensione del distretto allargato fotografato nel 2019, che superava le 400 aziende e i 3.400 occupati. «Dopo il lockdown abbiamo attraversato la fase più difficile. I costi energetici, in particolare il gas, sono aumentati in modo improvviso: siamo passati da bollette mensili di circa 10 mila euro a picchi di 40 mila» spiega a Moneta Andrea Tagliapietra della Vetreria Tagliapietra di Murano. Andrea iniziò a soli 14 anni a lavorare come apprendista dal maestro Ermanno Nason, seguendo le orme del padre Erminio, uno dei più talentuosi maestri vetrai. Oggi gli aumenti sono ancora contenuti e si assestano a un «10-15% sia per l’energia sia per le materie prime» dice. Fa eccezione l’argento, in particolare il nitrato d’argento, il cui prezzo «è aumentato in modo davvero pesante» dice. Il prezzo dell’argento è aumentato di oltre il 140% negli ultimi 12 mesi. Le difficoltà riguardano anche gli obblighi ambientali. «Gli artigiani sono chiamati a sostenere costi molto elevati per adeguarsi alle normative: depuratori che possono arrivare a costare tra i 100 e i 200 mila euro». Oltre a controlli e analisi frequenti anch’essi molto onerosi.
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