Da anni, mentre Stati Uniti ed Europa si fanno male con le loro stesse mani, la Cina in particolar modo, ma non solo, ne approfitta. È successo, infatti, che, anziché lasciarsi guidare come hanno sempre fatto dalla logica del profitto, molte multinazionali si sono fatte dettare la linea da istituzioni intrise di ideologia. Il caso più eclatante è stata la sbornia verde che nel Vecchio Continente ha prodotto leggi autolesioniste. Leggi che hanno imposto vincoli soffocanti. Leggi che hanno menomato il settore dell’automotive europeo che nel 2024 ha perso oltre 200mila posti di lavoro. Leggi che hanno aperto le porte dei nostri Paesi al Dragone.
Le critiche di Lutnick
«Perché l’Europa dovrebbe accettare di essere a emissioni zero nel 2030 quando non produce nemmeno una batteria?», ha chiesto provocatoriamente lo scorso gennaio al World Economic Forum di Davos il segretario al Commercio statunitense, Howard Lutnick. «Non producono una batteria – ha poi proseguito – quindi, se scelgono il 2030, stanno decidendo di dipendere dagli altri». Dalla Cina, appunto. Per Lutnick la regola è semplice, ed è quella che muove lo slogan «America First» coniato da Donald Trump. «Non devi delocalizzare i tuoi medicinali. Non devi delocalizzare i tuoi semiconduttori. Non devi delocalizzare tutta la tua base industriale e lasciarla svuotarsi sotto di te. Non devi dipendere da nessun’altra nazione per ciò che è fondamentale per la tua sovranità. E se devi dipendere da qualcuno, è meglio che siano i tuoi migliori alleati». Semplice. L’obiettivo è, appunto, rendere il proprio sistema economico sempre più forte e più solido, in modo che tutti i cittadini (i tuoi cittadini) ne abbiano beneficio.
L’Europa green
La morale, in fondo, è sempre la stessa: quando l’ideologia prende il posto del pragmatismo, il conto lo paga l’economia reale. È successo in Europa con la green economy. È successo negli Stati Uniti con il woke. Due sbornie diverse, stessi risultati. E infatti anche i postumi dell’ubriacatura woke si fanno sentire sui conti delle multinazionali americane che, durante l’amministrazione Biden, hanno reso le politiche di diversità, equità e inclusione (Dei) un comandamento. Acronimo che sta per «diversity, equity and inclusion». Già prima dell’avvento dell’ex presidente, molte avevano iniziato a rincorrere il politicamente corretto andando in scia a movimenti come il MeToo e il Black Lives Matter.
La Silicon Valley
L’impulso più forte era arrivato dalla California con le Big Tech della Silicon Valley e i colossi dell’intrattenimento di Hollywood. Già dopo l’omicidio di George Floyd, rilevava la rivista New York Magazine, il mercato della diversità e dell’inclusione era diventato «astronomicamente più grande che mai». L’arrivo di Biden alla Casa Bianca lo ha fatto esplodere. Ma è stato un vero affare? A guardare oggi i conti delle società che si sono buttate a capofitto nella voragine woke, la risposta è no. Fin dal gennaio 2025, quando Trump è tornato alla Casa Bianca, è iniziata l’offensiva istituzionale per invertire gli effetti delle politiche dell’era Biden. Una battaglia che lo scorso 26 marzo ha visto un nuovo capitolo, con la firma di un ordine esecutivo che riduce le politiche Dei nell’ambito dei contratti federali perché ritenute «razzialmente discriminatorie». Una mossa, fa sapere l’amministrazione, che favorisce il merito e la neutralità nelle assunzioni.

Ma se questo ordine esecutivo cerca di frenare il fenomeno dall’alto verso il basso, da qualche anno moltissime aziende hanno fatto marcia indietro da sole. Numeri che raccontano la storia con una chiarezza impietosa. E che gli azionisti hanno iniziato a contestare in assemblea.
Questa nuova fase dell’offensiva anti Dei comprende un completo ripensamento di come si muovono le aziende. Se fino al ritorno di Trump i contenziosi spingevano per una maggiore diversità, i dati recenti mostrano invece un aumento di azioni legali e proposte degli azionisti mirate a ridimensionare o eliminare questi programmi.
I cda
Per capire basta guardare a quello che succede nei cda delle più importanti società americane. Nel 2025, le proposte contrarie alle politiche Dei sono balzate al 40% del totale dei depositi relativi a questi temi rispetto al 23% del 2024.
Secondo i dati del Conference Board, pubblicati dall’Harvard Law School Forum on Corporate Governance, se nel 2021 le proposte pro Dei erano state circa 102 all’interno del Russell 3000, ovvero le 3 mila grandi società quotate negli Stati Uniti, nel 2024 quel numero si è dimezzato a 57. Di contro, mentre nel 2021 le proposte anti Dei si contavano sulle dita di una mano, oggi quel numero sta passando dall’1% del totale di cinque anni fa al 40%.
Ma a diminuire non è solo il numero delle proposte, ma anche il supporto nelle votazioni delle assemblee. Nel 2021 il supporto medio delle proposte era del 36%, mentre nel 2024, ultimo anno con dati consolidati, già si era scesi sotto il 20%. Secondo il Washington Post, che ha analizzato i rapporti 10-K delle società quotate presso la Sec, i riferimenti a Dei sono calati dal 2023 in poi.
Emblema Disney
Emblema di questa risacca è quanto sta succedendo alla Disney. Il colosso dell’intrattenimento è finito nel mirino di alcuni investitori, come il miliardario Nelson Peltz, che ha fatto di tutto per entrare nel board e contestare la strategia woke dell’azienda. L’accusa è che la deriva non abbia portato i benefici sperati, con flop clamorosi al botteghino come La Sirenetta o The Marvels, una situazione che ha spinto Bob Iger, l’ex ceo del gruppo, ad ammettere che il compito di Disney dovrebbe essere «intrattenere e non educare».
Nemmeno il colosso della ristorazione Starbucks è rimasto incolume. Un gruppo di azionisti ha dato battaglia contro le politiche di assunzione basate sulla razza, ritenute in violazione del patto fiduciario con gli investitori e le leggi sui diritti civili.
Investitori spaventati
Disney e Starbucks sono le due facce della stessa medaglia perché mostrano le due grandi paure degli investitori: il rischio che le politiche woke distraggano dal profitto e che diano il la a cause civili per discriminazione.
Parabola discendente
Le aziende stanno reagendo a questa nuova stagione in modi diversi: c’è chi riduce le pratiche Dei e chi invece fa un’opera più sottile con una dissimulazione comunicativa. Il secondo caso è interessante perché si riflette sulla composizione dei consigli di amministrazione e si inserisce all’interno del fenomeno “Quiet Dei”, ovvero parlare sempre meno delle pratiche che si adottano. E così se nel 2023 l’85% delle imprese del Russell 3000 rendevano pubblica la composizione etnica del proprio board, nel 2026 il dato crolla al 45%.
Persino il linguaggio nei report è cambiato. I termini Dei vengono sostituiti da formule neutre come «capitale umano», «diversità di pensiero» o «gestione dei talenti«. Ma l’effetto non è solo un occultamento delle pratiche Dei, bensì una riformulazione complessiva: con l’allargamento dei programmi di mentoring, cioè formazione interna a tutti i dipendenti (e non solo a determinate categorie), e una maggiore attenzione alle competenze dei soggetti rispetto a marcatori demografici o di genere.
La parabola Dei dimostra che l’ideologia si ferma sempre davanti a un bilancio in rosso. Il woke, però, non è ancora finito e ora si nasconde dietro a voci più neutre. Ma i numeri non mentono, quella stagione è ormai al termine.
Leggi anche:
Goldman Sachs, addio al cda politicamente corretto
Altro che blockchain e pasticci in stile woke, gli antichi maestri tornano a fare il botto
© Riproduzione riservata