C’è un momento nella storia della finanza pubblica in cui lo Stato smette di chiedere e comincia a promettere. Non promette servizi, non promette sicurezza, promette fortuna. È il momento in cui il Fisco diventa lotteria, il debito diventa scommessa, e il cittadino smette di essere un contribuente per diventare un giocatore. Quel momento ha un nome e un volto, quelli di Étienne-Charles de Loménie de Brienne (nell’immagine), arcivescovo di Tolosa, filosofo per vocazione, ministro delle finanze di Luigi XVI per disperazione.
Quando arrivò al potere nel maggio del 1787, Brienne trovò un Tesoro in cui il debito divorava metà delle entrate. Non era un improvvisato. Era stato il più feroce oppositore del suo predecessore Calonne davanti all’Assemblea dei Notabili, l’uomo che aveva guidato la rivolta dei privilegiati contro ogni riforma fiscale. Poi il re lo chiamò a risolvere la crisi che lui stesso aveva contribuito ad aggravare, e Brienne scoprì quello che scoprono tutti i critici quando diventano governanti, che le riforme sono più facili da sabotare che da realizzare. Tentò tutto, e tutto era ragionevole. Ristabilì la libertà di commercio dei grani, abolì le dogane interne che soffocavano l’economia, sostituì la corvée con un’imposta in denaro, cercò di imporre alla nobiltà e al clero una tassa fondiaria universale, la subvention territoriale, e provò a creare assemblee provinciali in cui il Terzo Stato avesse tanti deputati quanti i privilegiati messi insieme. Concesse perfino lo stato civile ai protestanti, due anni prima della Dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Casanova
Ogni riforma fu respinta. I “Notabili” la bocciarono, il Parlamento di Parigi la bloccò, le corti provinciali si ribellarono. Brienne fece tenere un “lit de justice” per forzare la registrazione degli editti, poi esiliò i parlamentari a Troyes nella notte del 15 agosto. Parigi rispose con tre giorni di sommosse. A Grenoble, nel giugno del 1788, i montanari scesi dall’altopiano lanciarono tegole sui soldati del re, e quella “Journée des Tuiles” fu la prima scaramuccia della Rivoluzione. Brienne capì che non avrebbe mai ottenuto il consenso per una riforma fiscale strutturale. Le assemblee provinciali che aveva creato rifiutavano le nuove imposte, gli ufficiali di origine nobile si agitavano, il Parlamento invocava gli Stati Generali come un’arma contro il governo. Il compromesso che strappò era un rinvio mascherato: la promessa di convocare gli Stati Generali, in cambio di un prestito mostruoso di 430 milioni in cinque anni.
La parte più rivelatrice di questa vicenda non sta però nelle riforme negate. Sta in quello che Brienne fece quando la ragione fiscale fallì, quando capì che nessuno avrebbe accettato di pagare per salvare una monarchia a cui non credeva più. Si affidò alla fortuna. Emise prestiti pubblici strutturati con meccanismi di estrazione a sorte, in cui il rimborso dei titoli e l’assegnazione di premi venivano decisi come in una lotteria. Era la stessa logica della Loterie Royale, istituita nel 1776 con un semplice arresto del Consiglio di Stato perché il re non osava nemmeno chiedere un editto al Parlamento. L’idea originaria era stata di Casanova, il veneziano evaso dai Piombi, che nel 1757 aveva proposto una lotteria per finanziare l’École Militaire di Luigi XV. Lo Stato francese imparò la lezione e la fece sua: alla vigilia della Rivoluzione, settecento buralisti e una rete di colporteurs vendevano biglietti due volte al mese in tutto il regno, e la Loterie fruttava alla Corona tra il cinque e il sette per cento delle entrate, più delle dogane, più delle poste. Era un’imposta volontaria riscossa sulla speranza.
Il dettaglio genealogico
C’è poi un dettaglio genealogico che dà a questa storia la forma di un cerchio. Un antenato di Brienne, Henri-Auguste de Loménie, segretario di Stato sotto Mazzarino, era stato tra i funzionari che nel 1653 esaminarono la tontina proposta dal banchiere napoletano Lorenzo de Tonti, quello schema geniale e macabro in cui i sottoscrittori scommettevano sulla morte degli altri partecipanti per incassare rendite crescenti. Il Parlamento la bocciò, Tonti finì alla Bastiglia. Centotrentacinque anni dopo, un altro Loménie de Brienne giocava la stessa partita con la stessa logica, trasformare il debito sovrano in un gioco a premi, la crisi fiscale in una scommessa sulla sorte.
Si dimise il 24 agosto 1788, con la bancarotta alle porte. Fu fatto cardinale quattro mesi dopo, come in un’ultima estrazione fortunata. Poi la Rivoluzione lo raggiunse, accettò la Costituzione civile del clero, il Papa lo costrinse a rinunciare alla porpora, e morì a Sens nel 1794. La Loterie Royale fu soppressa in nome della morale e ristabilita quattro anni dopo in nome della necessità.
Gratta e vinci
È sempre così. Gli Stati che non riescono a riformare le tasse finiscono per vendere biglietti della lotteria. Lo faceva la Francia di Luigi XVI con i colporteurs nelle piazze, lo fa l’Italia della Repubblica con il Gratta e Vinci nelle tabaccherie. Cambiano i nomi e i secoli, la struttura resta identica: mascherare l’imposta da sogno, e riscuotere sul bisogno dei cittadini la rendita che non si ha il coraggio di chiedere con le tasse. Brienne almeno aveva tentato le riforme, prima di arrendersi alla lotteria.
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