Il 3,1% di deficit certificato per il 2025 tiene l’Italia dentro la procedura per disavanzo eccessivo. Un dato che pesa politicamente più che economicamente. Ne parliamo con Giovanni Tria, economista ed ex ministro dell’Economia, che invita a non perdere di vista il quadro generale: conti in miglioramento, credibilità riconquistata e necessità di maggiore flessibilità europea.
Professore, quel 3,1% poteva essere diverso con una lettura più “elastica” dei dati?
«Istat ed Eurostat fanno il loro dovere. Qui parliamo di decimali: 2,9 o 3,1 cambia poco sul piano economico, ma molto per le regole europee. Il denominatore si muove, le stime possono essere riviste. Il punto è che restano numeri tecnici, mentre le conseguenze sono politiche».
Quindi è un problema di regole?
«Quando si fissano soglie rigide succedono queste cose. È evidente che servirebbe più discrezionalità nell’interpretazione, soprattutto a livello europeo. È difficile spiegare perché si possa fare una certa spesa al 2,9% e non al 3,1%. Questo dimostra che il sistema va rivisto».
Eppure l’Italia viene da un percorso di risanamento significativo.
«Questo è il dato fondamentale. L’aggiustamento fiscale è stato importante e ha riportato fiducia sui mercati: lo si vede dallo spread e dalla domanda di titoli pubblici. Il governo ha tenuto una linea prudente e i risultati si vedono. Questo conta più dei decimali».
Ma restiamo in procedura. Non è un danno?
«Non in modo automatico. I mercati guardano alle politiche, non alle etichette. Anche dentro la procedura si può mantenere credibilità. L’importante è tenere la barra del consolidamento fiscale. Uscirne avrebbe dato qualche margine in più, ma limitato».
C’è chi sostiene che l’Europa guardi troppo ai numeri e poco alla qualità dei conti.
«È una critica fondata. Un Paese con avanzo primario e conti in miglioramento dovrebbe essere valutato per la traiettoria, non per uno 0,1% in più o in meno. La rigidità attuale rischia di avere effetti prociclici».
In che senso?
«In una fase complessa, con shock energetici e incertezza geopolitica, servirebbero politiche mirate. Ma le regole rischiano di comprimere gli spazi proprio quando servirebbe intervenire. Non per aumentare la spesa indiscriminata, ma per azioni selettive».
Qual è allora la linea corretta?
«Proseguire sul sentiero virtuoso. L’Italia ha raggiunto una stabilità fiscale che va preservata. Questo non esclude interventi specifici, ad esempio per attenuare il costo dell’energia o sostenere investimenti strategici. Ma devono essere mirati e compatibili con la credibilità complessiva».
Quindi niente scostamenti “facili”?
«Sarebbe un errore. Politiche espansive generalizzate, magari per ragioni elettorali, rischiano di tradursi in più interessi sul debito senza generare crescita. L’abbiamo già visto in passato: è una strada miope».
Lei ha parlato di shock energetico. Come va gestito?
«È uno shock di offerta. Il costo c’è e qualcuno deve sostenerlo: imprese, famiglie o Stato. Il ruolo pubblico può essere quello di distribuirlo nel tempo, ma non eliminarlo. Meglio intervenire sui costi e sull’offerta, evitando spirali inflattive».
E sul fronte degli investimenti?
«Qui si apre uno spazio importante. Un piano serio sulle rinnovabili, ad esempio, sarebbe visto positivamente anche dai mercati: è spesa che aumenta crescita e riduce i costi nel lungo periodo. Il problema è che le regole non distinguono abbastanza tra spesa corrente e investimenti».
Torniamo all’Europa: serve cambiare il Patto?
«Più che superarlo, bisogna renderlo più intelligente. La mancanza di discrezionalità limita l’azione dei governi anche quando è coerente e necessaria. Questo è il nodo vero».
L’Italia rischia isolamento?
«Non mi pare. Anzi, oggi è vista come un fattore di stabilità. Le polemiche sui decimali sono spesso più interne che europee. Il nostro Paese ha recuperato credibilità e deve continuare su questa strada».
In definitiva, quanto pesa quel 3,1%?
«Pesa nelle regole, meno nella sostanza. I mercati giudicano la direzione, non il centesimo. Se la linea resta prudente e credibile, un decimale non cambia il quadro. Il punto è non perdere di vista l’obiettivo generale».
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