Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare. Canzone dei favolosi anni Sessanta, interpretata da Piero Focaccia. Le Regioni hanno annunciato che la stagione estiva per gli stabilimenti balneari si aprirà il 23 maggio e si concluderà il 13 settembre. Va da sé che molti lidi hanno già provveduto a installare ombrelloni e ad avviare l’attività. Ma quali sono i conti dei titolari degli stabilimenti e quale la gestione da affrontare per la stagione di quattro mesi? Ho preso a campione la Puglia che ha 800 chilometri di sviluppo costiero e, in particolare il Salento che è diventata una delle mete preferite dai turisti. Fra queste località di certo l’area di Gallipoli è tra le più ricercate.
Partiamo dai costi di gestione annuali per una struttura che prevede 200 ombrelloni e bar e ristorante: la concessione demaniale varia da 10mila a 100mila euro, la cifra più alta riguarda i lidi più elitari. La voce legata al personale è la più pesante e ha una incidenza del 30% sul fatturato. Poniamo entrate di 800mila euro, il personale costa 240mila euro. Quindi la manutenzione dei lidi e le utenze, siamo nell’ordine del 15% pari a 120mila euro. A seguire gli introiti dai servizi, bar e forniture che pesano per il 25% ma producono ricavi interessanti. Assicurazione, marketing e tasse sono fissi e toccano 100mila euro. Totale: 560mila euro su un fatturato previsto di 800mila euro, dunque con un utile operativo di 240mila euro, in pratica il 30 per cento dell’investimento. Si possono aggiungere le entrate extra, relative all’organizzazione di eventi e questi hanno un ritorno di immagine oltre a una “cassa” corposa. Non vanno dimenticati gli eventuali costi iniziali di avviamento dell’attività, una tantum che può anche superare i 150mila euro per strutture top. Per ultimo l’incidenza, imprevedibile, del meteo che può scompaginare qualunque preventivo e incidere negativamente sul progetto contabile stagionale.
Tutto questo porta a una considerazione doverosa: la stagione balnearia è troppo ristretta ma è pur vero che i costi, e la reperibilità, del personale rappresentano un problema serissimo, l’ottusa mentalità di alcune municipalità finisce per soffocare il turismo, la tendenza ideologica alla “spiaggia libera” spesso costringe alcuni imprenditori ad abbandonare l’idea di aprire lo stabilimento non potendo garantire la collocazione ordinata di ombrelloni e lettini.
Sta di fatto che ancora oggi non si è capito come e quanto il turismo sia una azienda, costituisca una voce importante, stando ai dati dello scorso anno di Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione Europea, il turismo vale il 6,2 per cento del Pil: più della media dei Paesi dell’Unione Europea (4,5 per cento), e meno di Paesi come Spagna (6,9), Portogallo (8,1) e Croazia (11,3). La mentalità bottegaia, in alcune regioni italiane, non ha portato a un miglioramento dei servizi e dell’offerta mentre si registrano forme di speculazione sui prezzi che finiscono per allontanare i turisti che, ormai, considerate le numerose e varie offerte di mercato, sollecitate dai social, dirottano le proprie scelte verso altre zone, per ultima l’Albania. Preferisco ricordare Piero Focaccia: «Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia, stesso mare».
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