C’è un punto che emerge con sempre maggiore nettezza dalle parole pronunciate dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti oggi nella conferenza stampa successiva al Consiglio dei ministri. Se l’Europa non si dimostrerà capace di adattarsi a uno scenario straordinario, l’Italia non resterà ferma.
Il Documento di finanza pubblica, ha spiegato, “meriterà urgentemente di essere approfondito con decisioni di natura politica”, soprattutto su due fronti cruciali: la spesa per la difesa e lo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente. Non si tratta di dettagli tecnici, ma di scelte strategiche che richiedono una visione diversa rispetto al passato.
E proprio su questo punto arriva un segnale politico preciso. “Ci muoveremo da soli? Io non lo escluderei”, ha replicato a chi lo interpellava su un eventuale stop europeo alla richiesta di flessibilità di bilancio. Giorgetti ha spiegato che “parlando coi colleghi, in tanti si ritrovano come me a fare il medico nell’ospedale da campo, in tanti condividiamo lo stesso modo di vedere la situazione. E quindi abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti che dobbiamo curare. E non possiamo dargli l’aspirina, diciamo così”, ha aggiunto.
“In Europa fino a questo momento le vedono diversamente e ne prendo atto, per ora. Per ora”. È quel doppio “per ora” a segnare la linea: la pazienza italiana non è infinita.
Il nodo Istat, il Superbonus e la carenza di spirito patriottico
Dentro questo scenario si inserisce il ruolo dell’Istat, guidato da Francesco Maria Chelli. Formalmente impeccabile, ma al centro di una questione sostanziale.
“I dati del debito del 2025, 2026 e 2027 risentono ancora del vecchio Superbonus, a noi pesa per 40 miliardi nel 2026 e poi ci sarà la coda ancora di 20 miliardi nel 2027. Senza questi dati l’andamento sarebbe stato discendente”, ha rimarcato Giorgetti. È una frase che smonta mesi di narrazione: non è la gestione attuale dei conti a frenare l’Italia, ma l’eredità di una misura del governo Conte II che continua a produrre effetti pesanti.
Quella “coda” non è solo contabile, ma concreta. Giorgetti ha ricordato come la scadenza del 31 dicembre abbia generato una “montagna di fatture”, oggi sotto verifica da Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate, con “notevolissime anomalie” già riscontrate. Un passaggio che chiarisce un punto spesso rimosso nel dibattito pubblico.
E proprio su questo punto, diciamo, gli organismi tecnici avrebbero potuto operare un utile discrimine tra cassa e competenza. Così non è stato, perché in Italia molto spesso all’interesse nazionale si antepone il “tanto peggio tanto meglio” dei ragionamenti da bottegai della politica. Un aspetto evidenziato lo stesso ministro. “Per quanto riguarda il 3,1% di cui si è molto discusso, come diceva Boskov, rigore è quando l’arbitro fischia, quindi l’arbitro ha deciso rigore, puoi essere d’accordo o no, ma queste sono le regole del gioco. Vi dico anche onestamente, tutto questo dibattito rispetto all’uscita della procedura di deficit eccessivo, a me interessava moltissimo fino al 28 febbraio del 2026. Dopo il 28 febbraio del 2026 mi interessava assolutamente meno. Vedo poi dei commenti: capisco che in questo Paese ci sono anche dirigenti sportivi che esultano per l’eliminazione della Nazionale dal Mondiale, quindi è anche evidente che ci siano tanti che esultano perché una decisione di questo tipo dell’arbitro va contro gli interessi nazionali. Siamo un Paese fatto così, altrove normalmente non avviene”, ha dichiarato.
Il risultato è evidente: l’Italia resta nella procedura per una manciata di decimali, rinunciando a miliardi di margini di bilancio. In un contesto eccezionale, questa rigidità assume un significato politico preciso. E il messaggio che ne deriva è altrettanto netto: le aspettative costruite su schemi teorici rischiano di scontrarsi con la realtà.
Numeri sotto pressione, ma la realtà è cambiata
Il Dfp certifica un peggioramento contenuto dei conti a causa delle crisi geopolitiche in atto. Il Pil 2026 e 2027 è stato rivisto al ribasso dallo 0,7 allo 0,6 per cento. Di conseguenza, il deficit 2026 sale al 2,9% dal 2,8%, quello del 2027 al 2,8% dal 2,6%, mentre il 2028 passa al 2,5%. Anche la spesa netta (per le scelte contabili adottate dai “tecnici”) peggiora nel 2025 all’1,9%, pur restando all’1,6% nel 2026.
Il debito/Pil si attesta così al 137,1% nel 2025 ed è visto al 138,6% nel 2026, al 138,5% nel 2027 e al 137,9% nel 2028. Numeri che raccontano una pressione crescente (anch’essa ereditata dal Superbonus), ma che non possono essere letti fuori dal contesto.
Perché, come ha sottolineato Giorgetti, non siamo in una fase ordinaria. E pretendere di applicare schemi rigidi rischia di produrre effetti controproducenti.
Difesa, energia e Piano Casa
Il Documento di finanza pubblica “meriterà urgentemente di essere approfondito” proprio su due fronti chiave: difesa ed energia. Non a caso, Giorgetti ha chiarito come queste voci debbano essere lette insieme.
“Oggi la clausola di difesa, oltre le misure per fronteggiare lo shock energetico, sono valutate in una diversa prospettiva”, ha detto. Tradotto: non si può chiedere disciplina di bilancio ignorando le emergenze strategiche.
Allo stesso modo, la gestione interna dovrà adattarsi. “Se noi non facciamo nulla e aumentano i prezzi dei carburanti, aumenta il prezzo dell’energia, aumenta l’inflazione, io non posso dire che non è cambiato niente”, ha proseguito. È il rifiuto dell’immobilismo, prima ancora che una scelta economica.
Una prospettiva in base alla quale la priorità è proprio l’indipendenza energetica. “Per quanto riguarda il nucleare la scelta del governo è chiarissima, c’è un disegno di legge già approvato, ormai è diventato chiaro a tutti che quella è una questione non semplicemente di ordine economico ma di sovranità nazionale, di sicurezza nazionale che è strettamente connessa alla sicurezza economica, questa equivalenza che negli Stati Uniti e in tutto il mondo è evidente, in Italia non è ancora ben chiara, se tu non hai sicurezza economica, non hai sicurezza nazionale”, ha ribadito.
“Per il Piano Casa non sono state toccate le coperture”, ha concluso Giorgetti.
La scelta è politica, non contabile
Il quadro finale è chiaro. L’Italia non è bloccata da una deriva dei conti, ma da una combinazione di eredità pesanti come il Superbonus, rigidità europee e interpretazioni restrittive interne.
La linea indicata da Giorgetti, pertanto, segna un passaggio decisivo: la flessibilità non può restare un negoziato infinito. Se non arriverà da Bruxelles, diventerà una scelta autonoma.
Perché, alla fine, il tema non è rispettare regole astratte, ma governare la realtà. E quando la realtà cambia, anche le politiche devono cambiare.
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