Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la loro uscita dall’Opec e dall’Opec+ dal prossimo 1 maggio. La mossa segna una frattura senza precedenti nel cartello petrolifero, aprendo una fase di elevata incertezza per i mercati energetici globali. La decisione colpisce al cuore l’architettura costruita negli ultimi decenni e rappresenta un indebolimento diretto della leadership de facto dell’Arabia Saudita, già sotto pressione per le tensioni geopolitiche in Medio Oriente.
Lo Stretto di Hormuz
Il contesto è quello di uno shock energetico di portata storica, innescato dal conflitto con l’Iran e aggravato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo attraverso cui transita circa un quinto dei flussi globali di petrolio e gas naturale liquefatto. Le minacce e gli attacchi alle navi hanno compromesso la sicurezza delle rotte, mettendo in difficoltà i produttori del Golfo e alimentando volatilità sui prezzi. In questo quadro, l’addio di Abu Dhabi rischia di accentuare le divisioni interne all’Opec, storicamente abile nel mantenere un fronte compatto nonostante divergenze su quote produttive e strategie geopolitiche. La perdita di uno dei membri più rilevanti per capacità produttiva e peso finanziario apre interrogativi sulla tenuta stessa del meccanismo di coordinamento.
Vittoria di Trump
Sul piano politico, si tratta di una vittoria per il presidente statunitense Donald Trump, da tempo critico verso il cartello accusato di sostenere artificialmente i prezzi. Washington ha più volte collegato il proprio impegno militare nella regione alla politica energetica dei partner del Golfo, denunciando uno squilibrio tra protezione garantita e costo del petrolio per i consumatori globali. La decisione emiratina riflette anche tensioni crescenti all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Il consigliere diplomatico Anwar Gargash ha apertamente criticato la risposta regionale agli attacchi iraniani, giudicata insufficiente sul piano politico e militare. Parole che chiamano in causa anche la Lega Araba e segnalano una crescente disillusione verso i meccanismi di cooperazione.
Per i mercati, il rischio è quello di una fase di maggiore disordine, con strategie nazionali che potrebbero prevalere sul coordinamento multilaterale. In gioco non c’è solo l’equilibrio dell’offerta globale, ma anche la stabilità di un sistema energetico già sottoposto a pressioni straordinarie.
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