Su dieci voli programmati, sette arrivano a destinazione. Il rumore che si confonde col traffico cittadino, un filo di nylon invisibile a cui è attaccato un pacco ben imballato, un “pilota” esperto che arriva a guadagnare 10 mila euro per un colpo messo a segno.
Il fenomeno dei droni nelle carceri non è più isolato. Si trasportano droghe, dai cannabinoidi a quelle pesanti, ma soprattutto sim card e telefoni di ultima generazione. In qualche caso, pericolosissimo ma molto raro, persino delle armi. I pagamenti, con gli smartphone sempre più diffusi tra i detenuti, avvengono, spesso, in criptovalute: chi indaga può vedere la transazione, ma non chi la invia.
Quella dei droni in carcere sta diventando una delle sfide tecnologiche e di sicurezza più complesse per l’amministrazione penitenziaria. In Italia, inchieste recenti della Dda hanno dimostrato che intorno ad alcune carceri (come quelle di Napoli e di Rebibbia a Roma) si sono formate vere e proprie “agenzie di servizi” criminali specializzate esclusivamente nel sorvolo e nella consegna via drone.
Il carcere di Dogaia a Prato
Un altro caso eclatante è al carcere Dogaia di Prato: la Procura ha denunciato che da febbraio ad aprile 2026 sono stati sequestrati un chilo di hashish, 35 grammi di cocaina, nove telefonini. E nel 2025 sono stati sequestrati più di un chilo di cannabinoidi, due etti di cocaina, due grammi di ecstasy e 43 telefonini liberamente usati dai detenuti per chiamate, videochiamate e chat sui social. Nel carcere di Poggioreale, come segnala una recente indagine dei carabinieri in cui si parla di «fenomeno strutturato», in un drone con un filo di nylon al quale era legata una busta c’erano tre smartphone, 200 grammi di hashish e circa 4 di crack, come già documentato in diverse inchieste dei carabinieri, coordinate dalla Dda di Napoli. In cui è emersa la capacità di modificare i velivoli per aumentarne prestazioni, carico utile e possibilità operative, fino a rendere più difficile il controllo dei sorvoli illeciti. Si parla di voli eseguiti di notte, partenze da terrazzi o da zone vicine cambiate spesso, di droni potenziati capaci di volare più in alto del normale e utilizzo di carichi appesi con fili trasparenti o contenitori scuri. Tutti elementi funzionali a ridurre visibilità e tracciabilità operativa. Caratteristica comune a tutti i dispositivi è quella di aggirare le no-fly zone e superare limiti operativi ordinari.
I sistemi di difesa
Ecco perché sono necessari investimenti massicci in tecnologia, le cosiddette soluzioni Anti-Uav e anti-Uas, cioè sistemi progettati per rilevare, tracciare e neutralizzare le minacce aeree senza pilota. «Esistono dispositivi che emettono frequenze per interrompere il segnale tra il pilota e il drone – spiega Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Riacs di Newark- costringendo il velivolo ad atterrare o a tornare al punto di partenza. Sensori che “ascoltano il” cielo per individuare la firma elettronica dei droni in avvicinamento. In alcuni istituti (esperimenti simili sono attivi in Francia e Italia) sono installate schermature fisiche o reti sopra i cortili per impedire l’accesso dal cielo».
Sistema organizzato
Non si tratta più di episodi isolati – spiega sempre Musacchio – ma di un vero e proprio sistema di logistica criminale organizzato. «I droni fungono da veri e propri “corrieri” per introdurre oggetti proibiti che alimentano il potere dei clan all’interno delle mura carcerarie». Ecco perché smartphone e sim sono «l’articolo più richiesto»: consentono ai detenuti, soprattutto quelli in regimi di alta sicurezza, di continuare a gestire affari illeciti all’esterno. «Hashish, cocaina e droghe sintetiche sono consegnati in piccoli pacchi per lo spaccio interno o l’uso personale. In casi più rari, ma veramente pericolosi, sono stati intercettati armi o sim card di ultima generazione». Nonostante le carceri siano zone vietate al volo, i software dei droni possono essere hackeratiper rimuovere i limiti geografici (geofencing). «Un drone di fascia media costa poche centinaia di euro; se è intercettato o cade, la perdita economica per l’organizzazione criminale è irrisoria rispetto al valore del carico consegnato».
I dati disponibili parlano di un aumento dei sequestri in carcere. Tra le droghe, emergono i cannabinoidi. «Sono la sostanza più comunemente sequestrata (spesso oltre il 90% in contesti regionali), seguita da cocaina e altre sostanze».
Effetto Gomorra
I telefonini sono il mezzo attraverso cui non solo si gestisce lo spaccio, coordinato tramite piattaforme come Telegram e Instagram. «Qui i detenuti o i loro complici esterni negoziano i prezzi. I pagamenti avvengono tramite il trasferimento di monete virtuali (Bitcoin, ma anche altre altcoin) verso wallet digitali controllati dai fornitori esterni o dai vertici delle organizzazioni criminali».
Un ultimo problema dell’introduzione degli smartphone è legato ai video girati dentro in carcere e pubblicati su TikTok. «Questi video non sono solo un problema di sicurezza o di propaganda, ma possono fungere da veri e propri hub per transazioni finanziarie illecite. Siamo comunque di fronte a un aspetto aspecifico del riciclaggio tramite social che sembra molto difficile da poter monitorare. Un detenuto che diventa virale aumenta il potere contrattuale del proprio gruppo. Più alto è il seguito, più facile è gestire traffici e spostamenti di denaro, poiché si ha una rete di fan e sostenitori che possono fungere da inconsapevoli (o consapevoli) muli per ricariche e transazioni».
Affidare agli stessi detenuti la quotidianità carceraria, può comportare un altro rischio: il cosiddetto effetto Gomorra, cioè l’esaltazione del boss che rischia di trasformare un criminale in un eroe da imitare o in una vittima dello Stato. «Questo tipo di narrazione può alimentare il consenso sociale in aree dove la mafia è vista come un’alternativa allo Stato, rendendo il boss una figura leggendaria».
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