Non si ferma la guerra verde contro gli allevamenti. Un settore strategico, che in Italia secondo i dati di Coldiretti vale circa 55 miliardi di euro, con il solo valore delle produzioni zootecniche che negli ultimi cinque anni è aumentato del 41%. Le stalle sono finite da tempo nel mirino di Ue e ambientalisti, che accusano il comparto di ogni nefandezza: dall’aumento dell’inquinamento a causa delle emissioni prodotte dagli animali, a pericoli per la salute per spingere l’agenda vegana.
Come se non bastasse, da diversi fronti si spinge per sostituire la carne reale con quella in provetta, presentata come un’alternativa con un minor impatto ambientale. Una deriva a cui l’Italia si è opposta diventando il primo Paese al mondo a vietarne la produzione nel 2023. In quell’occasione, il ministro all’Agricoltura Francesco Lollobrigida sottolineò: «Noi dobbiamo affrontare il tema della sicurezza alimentare sapendo che non basta “cibo per tutti” ma deve esserci buon cibo per tutti. Non possiamo accettare culturalmente un mondo diviso in due, con i ricchi che mangiano bene e i poveri che mangiano cose processate, standardizzate e dannose».
L’attacco di Amsterdam alle bistecche
L’ultimo atto di demonizzazione arriva dalla città di Amsterdam, che ha bandito la pubblicità di carne e combustibili dagli spazi pubblici gestiti dal Comune per motivi ambientali: in pratica le bistecche vengono equiparate alla benzina. Una presa di posizione di cui Moneta ha parlato con Luigi Scordamaglia, capo area Mercati, internalizzazione e politiche comunitarie di Coldiretti.
Che giudizio date sulla decisione presa ad Amsterdam?
«È una follia ideologica che colpisce un intero settore e limita la libertà dei cittadini. Vietare la pubblicità della carne significa dire alle persone cosa possono o non possono mangiare. Non è sostenibilità, è imporre un’idea. Si costruisce un nemico per semplificare il dibattito e si scarica tutto sulla zootecnia, ignorando che gli allevamenti europei sono tra i più sostenibili al mondo. Così si colpiscono le produzioni locali e si spalanca la porta alle importazioni da Paesi senza le nostre regole».
Negli ultimi anni la zootecnia è stata spesso sotto attacco. C’è un problema di narrazione?
«Più che un problema, è una distorsione costruita ad arte. Si è raccontata una zootecnia che non esiste, dipinta come inquinante e arretrata. In realtà parliamo di un settore che ha investito, innovato e migliorato standard ambientali e di benessere animale. Demonizzare gli allevamenti significa colpire lavoro, territori e qualità del cibo. Non ci dimentichiamo che la carne è uno degli alimenti cardine della dieta mediterranea riconosciuta Patrimonio Unesco e simbolo di salute e longevità».
Uno dei fronti più caldi è quello della carne sintetica.
«Non accettiamo che venga spacciata per progresso. La carne sintetica è un prodotto artificiale, lontano dai territori e dalle tradizioni. Non può essere equiparata a quella naturale. Qui il tema è trasparenza: i cittadini devono sapere cosa mangiano. E soprattutto bisogna evitare che pochi grandi gruppi controllino il futuro del cibo. È per questo che Coldiretti ha portato 20 mila agricoltori davanti alla sede dell’Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, ottenendo l’impegno a condurre ogni analisi necessaria su ogni nuovo singolo prodotto, includendo test pre clinici e clinici sui cibi derivati da colture cellulari e da fermentazione di precisione. Il cibo è territorio, tradizione. Il cibo è agricoltura, è contadini».
Come si inserisce tutto questo nel quadro del Green Deal europeo?
«Il Green Deal è diventato troppo spesso un’operazione ideologica. Basti pensare ai danni che ha generato Frans Timmermans che ha portato avanti una politica che ha preso di mira l’agricoltura invece di sostenerla. Se si impongono obiettivi senza valutare l’impatto reale sulle imprese, il risultato è che si rischia di ridurre la produzione europea e aumentare le importazioni. È un paradosso: meno produzione in Europa, più emissioni globali. Serve un cambio di approccio, più pragmatismo e meno ideologia».
In questo contesto, che ruolo devono avere i fondi della Pac?
«I fondi della Pac servono a due cose: rendere gli allevamenti sempre più sostenibili ed evitare che i costi di produzione elevati per rispettare questi standard – tra i più alti al mondo – li paghino i cittadini consumatori. La Pac rende accessibili queste fondamentali proteine anche a chi ha minore capacità di spesa e nello stesso tempo sostiene investimenti in innovazione, efficienza energetica e riduzione delle emissioni. Non possiamo chiedere agli allevatori di fare di più senza dargli strumenti concreti».

Il tema delle emissioni resta centrale. Come risponde la zootecnia italiana?
«Con i fatti, non con gli slogan. Gli allevamenti italiani hanno già ridotto l’impatto ambientale e continuano a farlo. Oggi abbiamo tecnologie che permettono di migliorare ancora, ma serve una politica basata sulla scienza. Non si può governare un settore strategico con campagne mediatiche. Oggi le emissioni zootecniche complessive secondo Ispra rappresentano in Italia il 5,8% di tutte le emissioni in termini di CO2 equivalente, contro l’85% derivante dai combustibili fossili. Solo i rifiuti pesano il 4,3%. Se aggiungiamo che nel mondo le emissioni zootecniche pesano il 12%, secondo la Fao, è evidente che si perde sempre il quadro d’insieme».
Quanto è importante l’innovazione?
«È decisiva. Digitalizzazione e sensoristica sono strumenti che permettono di ridurre costi, emissioni e sprechi. L’innovazione è la vera risposta alla sostenibilità, non i divieti. E in Italia si sta lavorando in questa direzione ma spesso viene raccontata un’altra realtà».
Possiamo parlare di zootecnia 5.0?
«È già realtà. Gli allevamenti stanno cambiando rapidamente, diventando sempre più tecnologici ed efficienti. Questo rafforza la qualità del prodotto e la competitività delle imprese e la loro sostenibilità».
Qual è oggi la priorità per il settore?
«Dare stabilità e prospettiva. Servono regole chiare, meno burocrazia e politiche coerenti. Non si può continuare a chiedere sacrifici senza una strategia».
Il messaggio ai consumatori?
«Difendere la carne italiana significa difendere qualità, sicurezza e lavoro. Scegliere il made in Italy è una scelta consapevole. Il vero tema è garantire trasparenza e libertà di scelta, non imporre modelli dall’alto».
Leggi anche:
Trappola green sui mutui casa: prestiti a rischio
Gesmundo (Coldiretti): «Cibi italiani fake, il grande inganno favorito dall’Ue va fermato subito»
© Riproduzione riservata