Il fascino dei tasti che battono sul nastro non tramonta mai. Per non parlare dell’inconfondibile rumore del carrello che scorre: un tramestio continuo di scatti e di ingranaggi dal timbro vintage. Il pensiero diventa così parola, accompagnato da un ritmo secco e quasi ipnotico. Nell’era digitale, in cui gli algoritmi filtrano pure il linguaggio, la forza della scrittura analogica resiste (almeno sul mercato) all’inarrestabile avanzata hi-tech. Benché circoscritto a una nicchia di appassionati, il collezionismo di macchine da scrivere prosegue infatti con tenacia. Dai mercatini dell’usato alle grandi aste internazionali, questi oggetti che coniugano meccanica e design sono ancora molto ricercati, anche perché disponibili in una ampia gamma di prezzi che li rende accessibili a diverse fasce di acquirenti. In commercio si trovano modelli economici da poche centinaia di euro ma anche pezzi molto pregiati, per i quali c’è chi è disposto a spendere cifre da capogiro. È il caso della macchina da scrivere del popolare romanziere statunitense Cormac McCarthy, una Olivetti Lettera 32, venduta nel 2009 per oltre 250mila dollari: un valore record determinato proprio dalle celebri mani che avevano picchiettato su quei tasti.

Grandi classici
«Le macchine da scrivere più antiche e costose sono quelle realizzate negli Stati Uniti. La Remington No. 1, in particolare, è considerata la prima prodotta industrialmente e commercializzata con successo a partire dal 1874. Di questo preciso modello oggi esistono pochissimi esemplari, custoditi quasi esclusivamente in musei o in collezioni private. Sono oggetti che hanno oltre cento anni, in molti casi non più utilizzabili ma comunque molto ricercati per la loro importanza storica», racconta a Moneta Umberto Di Donato, classe 1935, il più grande collezionista italiano di macchine da scrivere. Perle rare a stelle e strisce sono anche le Royal e la Underwood No. 5, «la prima macchina davvero moderna, con scrittura visibile e con la possibilità di effettuare delle correzioni grazie a un gommino che grattava il foglio e consentiva di ribattere». In ambito europeo – annota ancora l’esperto – ci sono poi marchi che hanno fatto la storia e che ancora oggi fanno gola agli appassionati: Continental, Rheinmetall, Hermes. Di Donato, che possiede una collezione da oltre 2mila esemplari, sofferma però la propria attenzione su una macchina da scrivere che ha in sé molteplici elementi di pregio tecnico ed economico. Si tratta di una Williams prodotta nel 1891 a Brooklyn e caratterizzata da un doppio cinematico frontale.

«Le leve dei caratteri appoggiano su due cuscinetti, che si muovono come mettendo dei timbri sul foglio, avvolto sul rullo centrale. Ne furono costruiti solo 1647 pezzi e questo aumenta il valore collezionistico», spiega Di Donato, mettendo in luce anche un aspetto storico altrettanto significativo: «In molti casi ad assemblare questa macchina erano gli operai italiani appena emigrati a New York. C’è dunque un legame particolare con il nostro Paese».
Genio tricolore
A proposito di genio tricolore, va sottolineato il ruolo dirompente delle macchine Olivetti, simbolo della capacità italiana di coniugare industria, estetica e visione culturale. Fondata a Ivrea nel 1908, l’azienda non si limitò a produrre strumenti per la scrittura, ma rivoluzionò il concetto stesso di macchina da scrivere, trasformandola in un oggetto di design. La mitica Lettera 22 ne è un esempio lampante. «È la più robusta, la più funzionale e la più resistente. La utilizzarono grandi intellettuali, scrittori e giornalisti del Novecento, da Pier Paolo Pasolini a Indro Montanelli». Ancora oggi, aggiungiamo noi, questa macchina trova orgogliosamente posto sulla scrivania del direttore editoriale de Il Giornale, Vittorio Feltri. «Sul mercato se ne rinvengono anche esemplari dal prezzo contenuto, perché questa fu prodotta in larga scala», ricorda Di Donato.

Sono invece più alte le cifre richieste per la Olivetti Valentine, nata nel 1968 dal progetto di Ettore Sottsass, «la prima ad avere la scocca in plastica». Come accade poi in altri ambiti del collezionismo, anche in questo caso l’originalità riveste un valore centrale. Una macchina con tutti i componenti di fabbrica e con i segni d’uso coerenti alla sua epoca viene preferita a un analogo modello restaurato, perché conserva la cosiddetta patina storica. Interventi invasivi quali riverniciature moderne, sostituzioni non fedeli e inserimenti di parti non originali possono invece ridurre il valore in fase di compravendita.
I super collezionisti come Di Donato, poi, posseggono sempre qualche asso nella manica che si distingue per originalità, elemento per definizione premiante. Un esempio tra tutti? Una macchina del 1912 che scriveva in cinese, con quattromila ideogrammi, usata sino agli anni Ottanta del secolo scorso per redigere documenti statali. L’esperto di origini campane l’ha ottenuta direttamente dal distretto di Zikhiang con una spesa di circa mille euro per il trasporto aereo. A correre sui tasti, tra leve, martelletti e nastri inchiostrati, è davvero una passione che non conosce confini né (ri)battute d’arresto.
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