C’è un filo che intreccia moquette, reti da pesca, interni di auto di lusso e costumi da bagno. È il nylon di Aquafil. L’azienda trentina è uno dei principali produttori di fibre sintetiche in Italia ed è pioniera nell’economia circolare, con il suo nylon recuperato dagli scarti. Nonostante l’innovazione del suo business, il mercato non ha intrecciato la stessa fiducia attorno al suo titolo. D’altronde, la Borsa non premia automaticamente le storie green se non sono accompagnate da una crescita forte e da una strategia credibile. Dopo anni difficili, ora il gruppo sta mostrando i primi segnali concreti di ripresa e gli analisti sono fiduciosi. Sarà davvero capace di riprendere il filo caduto?
Il bandolo della matassa
Fondata nel 1965 ad Arco, in provincia di Trento, Aquafil è diventata uno dei maggiori produttori mondiali di nylon. Oggi il gruppo conta circa 2.200 dipendenti e 19 stabilimenti nel mondo. Il suo business si divide in tre grandi aree. La principale è quella del filo per tappeti e pavimentazioni tessili, che pesa circa il 74% del fatturato. Qui Aquafil è uno dei leader mondiali nelle fibre sintetiche per moquette commerciali, automotive e trasporti. Tra i clienti figurano marchi come Bmw, Mercedes e Audi, che utilizzano i materiali del gruppo per tappetini e interni auto. La seconda divisione riguarda il filo per abbigliamento. Aquafil è fornitore di molti marchi europei della moda, dello sportswear e dell’intimo tecnico. Costumi da bagno, giacche tecniche e tessuti performanti passano spesso dalle sue fibre. C’è poi, anche se solo per una piccola quota, il business dei polimeri e dei servizi di ingegneria industriale, con applicazioni che spaziano dall’arredamento alle montature per occhiali, fino ai componenti tecnici industriali.
Ma il vero cuore narrativo e strategico dell’azienda si chiama Econyl, ovvero il suo nylon “eco”. Si tratta di un sistema proprietario di rigenerazione in grado di recuperare rifiuti contenenti nylon – vecchie moquette, reti da pesca dismesse, scarti tessili e plastiche industriali – e trasformarli in nuova fibra con le stesse caratteristiche del materiale vergine. Non un riciclo “inferiore”, ma un materiale che può teoricamente essere rigenerato all’infinito senza perdere qualità. Aquafil ha iniziato a lavorare su questo progetto molto prima che la sostenibilità diventasse una parola d’ordine per la finanza e per la moda. Econyl è infatti stato lanciato già nel 2011 e negli anni ha conquistato clienti di fascia alta come Burberry, Gucci, Prada, Patagonia, Napapijri, Maserati e Salvatore Ferragamo. La società tratta fino a 72 milioni di libbre di vecchi tappeti all’anno e continua a investire molto in ricerca. Solo nel 2025 ha destinato oltre 7 milioni di euro all’R&D. Tra gli ultimi risultati raggiunti, un impianto dimostrativo capace di separare chimicamente elastan e nylon nei tessuti misti post-consumo. Un problema che per anni ha limitato il riciclo nel settore tessile. Se questa tecnologia dovesse scalare industrialmente, Aquafil potrebbe rafforzare ulteriormente il proprio posizionamento nella filiera della moda sostenibile.
Segnali positivi
Aquafil sta ritrovando l’equilibrio nei conti, dopo anni complicati. Nel 2025 la perdita si è ridotta di ben il 71% a 4,7 milioni e i risultati dei primi mesi del 2026 hanno confermato il miglioramento della redditività in corso. Nel primo trimestre dell’anno la marginalità è aumentata in modo netto con un Ebitda cresciuto del 16% a 19,8 milioni e un utile netto salito da 0,4 a 1,2 milioni. Complice il piano di razionalizzazione dei costi avviato nel 2025: un intervento da circa 17 milioni di euro che sta già producendo benefici strutturali. I ricavi sono scesi del 7% a 133,8 milioni di euro, ma più che altro per effetto del cambio euro-dollaro e della pressione sui prezzi di vendita.
Il solido avvio dell’anno rafforza così la fiducia nel raggiungimento degli obiettivi del gruppo, che vede per il 2026 una crescita dei volumi attorno al 5%, un Ebitda tra 79 e 83 milioni e una riduzione del debito netto verso 185-195 milioni. Qui, infatti, la sfida non è solo la crescita del fatturato, ma anche la capacità di generare cassa e rafforzare il bilancio.
Il nodo del titolo
Una buona idea industriale non basta per costruire una buona storia di Borsa. Le difficoltà sul fronte della redditività e del debito hanno fortemente penalizzato il titolo, che oggi scambia non lontano dai minimi. Dalla valorizzazione di 10 euro in fase di business combination nel 2017, l’azione è precipitata fino a orbitare intorno a 1,3-1,4 euro. Nonostante il titolo abbia distrutto valore negli ultimi anni, gli analisti vedono ora del potenziale. Sia Banca Akros sia Intermonte mantengono una raccomandazione di acquisto (rating buy e outperform rispettivamente) con un obiettivo di prezzo a 1,80 euro, non troppo lontano dalle quotazioni attuali. Il mercato, d’altronde, vuole innanzitutto prove e conferme.
«Per riconquistare la fiducia degli investitori sarà necessario continuare a ottenere risultati positivi nei prossimi trimestri, in particolare per quanto riguarda il rafforzamento del bilancio, dimostrando in definitiva che i miglioramenti osservati negli ultimi due trimestri sono di natura strutturale piuttosto che temporanea», spiegano da Intermonte. Ogni conferma rappresenterà una possibile spinta per il titolo, che alla lunga potrebbe dare una certa soddisfazione all’investitore paziente. «Il miglioramento delle dinamiche di mercato, il sostegno normativo e il posizionamento del gruppo nel settore dei prodotti circolari potrebbero progressivamente favorire i volumi, il mix e la redditività nel medio termine», sostengono da Banca Akros.
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