L’Europa rischia di diventare “solo un mercato per altri Paesi” se non sarà capace di reagire al declino industriale, energetico e produttivo che la sta attraversando. È il cuore della relazione con cui il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha aperto l’assemblea annuale degli industriali, lanciando un duro atto d’accusa contro Bruxelles, i costi dell’energia e la burocrazia europea, ma anche un appello alla politica italiana perché sostenga la manifattura come pilastro strategico nazionale.
Serve un risposta comune dell’Ue
Secondo Orsini, “nessun Paese europeo ha le risorse politiche ed economiche per affrontare da solo le sfide che abbiamo davanti: geopolitiche, tecnologiche, climatiche, demografiche”, motivo per cui serve una risposta comune dell’Unione. Ma l’attuale direzione europea, per il numero uno degli industriali, è insufficiente e spesso controproducente. “Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività”, ha detto, ricordando che “dall’inizio del mandato di questa Commissione, l’Europa ha perso 250 mila occupati nella manifattura che si traducono in un milione di occupati in meno nell’indotto”.
Europa sempre più marginalizzata
Il quadro delineato da Orsini è quello di un continente progressivamente marginalizzato rispetto ai grandi competitor globali. “Negli ultimi 25 anni la quota di Pil mondiale prodotta dall’Unione Europea è scesa di circa 7 punti percentuali”, ha spiegato, sostenendo che in termini assoluti “l’Europa ha perso oltre 7mila miliardi di euro di Pil, in gran parte finiti all’industria cinese”. Da qui l’invito a una svolta radicale nelle politiche industriali e finanziarie dell’Unione.
La svolta del debito comune
Il presidente di Confindustria ha invocato apertamente “la svolta del debito comune per sostenere l’industria europea che non può più essere lasciata in balia delle diverse capacità finanziarie degli Stati membri”. Non un nuovo strumento per finanziare spesa corrente, ha precisato, ma un piano per investimenti strategici: “Infrastrutture energetiche, nucleare, mobilità, reti digitali, intelligenza artificiale, ricerca, estrazione di minerali critici, scienze della vita e difesa”. Per Orsini “per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l’anno”, una cifra impossibile da reperire attraverso i soli bilanci nazionali o gli attuali fondi europei.
Il nodo centrale dell’energia
Il tema centrale dell’intervento è stato però quello dell’energia, definita “una vera e propria minaccia esistenziale” per le imprese italiane. “Non possiamo continuare a pagare nei nostri stabilimenti l’energia ai prezzi più cari d’Europa”, ha denunciato, accusando le scelte europee sul clima di penalizzare l’industria continentale. “Oggi, il Continente più pulito ha il prezzo della CO₂ più alto al mondo: un costo che gonfia le bollette dei cittadini e colpisce i processi industriali spingendoci fuori mercato”.
La proposta: sospendere il sistema Ets
Da qui la richiesta di “sospendere l’Ets”, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, perché “i tempi europei per una revisione efficace sono troppo lunghi”. Orsini ha anche denunciato i ritardi autorizzativi italiani sulle rinnovabili: “Ci sono 4mila permessi richiesti dalle aziende per impianti rinnovabili che risultano ad oggi bloccati”.
Futuro nucleare
Accanto alle rinnovabili, il presidente di Confindustria ha rilanciato con forza il tema del nucleare. “Continuare a sostenere che il nucleare sia inutile perché servono 10-15 anni per attivarlo è falso. Inutile è ogni anno, ogni mese, che si perde”, ha affermato, aggiungendo che “noi per primi, come imprese, siamo disponibili a ospitare i piccoli reattori modulari nei nostri stabilimenti e nei nostri distretti”.
Nel suo intervento Orsini ha legato il destino dell’industria a quello dell’intero sistema sociale italiano. “Se in Italia e in Europa non saremo capaci di uno sforzo comune, perderemo la nostra industria, ovvero il 15% del Pil e milioni di posti di lavoro”, ha avvertito. “Senza produzione e crescita non c’è redistribuzione e non c’è futuro”. Per questo “non accettiamo la deindustrializzazione come un destino già scritto”.
Occhi sull’Italia
Il presidente di Confindustria ha ricordato come l’Italia negli ultimi 25 anni sia cresciuta “in media, dello 0,4% annuo, contro l’1,4% del totale dell’Unione Europea, il 2,1% degli Stati Uniti e l’8% della Cina”, sostenendo che il rilancio della crescita passi inevitabilmente dal rafforzamento delle imprese. “Senza le nostre imprese, piccole, medie e grandi, verrebbe meno l’83 per cento delle risorse private che sostengono il welfare italiano”.
Critiche alla burocrazia Ue
Non sono mancate le critiche durissime alla macchina regolatoria europea. “Solo tra novembre e dicembre 2025 sono stati presentati 10 nuovi pacchetti legislativi e nel 2026 ne arriveranno altri 12”, ha osservato. Ancora più duro il passaggio sulle “72 condizioni poste da Bruxelles per il via libera al decreto-Bollette del nostro governo”, definite “l’ultima conferma di quanto sia lunare la burocrazia europea”. Da qui l’appello secco rivolto alle istituzioni comunitarie: “Fermatela”.
Orsini ha poi chiesto una profonda revisione della legge 231 sulla responsabilità amministrativa delle imprese. “La 231 si è trasformata in uno strumento quasi esclusivamente punitivo”, ha detto, spiegando che “quella riforma non è più solo necessaria, è assolutamente urgente”.
Tasse e mobilitazione dei risparmi
Ampio spazio anche al tema fiscale e alla mobilitazione del risparmio privato. “L’Italia è quarta per pressione fiscale tra i Paesi avanzati”, ha ricordato, sottolineando però l’esistenza di “575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile”. La proposta degli industriali è “identificare i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola”.
Secondo Orsini, inoltre, una parte importante della ricchezza privata italiana resta improduttiva: “Degli oltre 6mila miliardi di ricchezza finanziaria delle famiglie, più di 1.500 miliardi sono fermi in depositi bancari, magari a rendimento zero”.
Appello alla responsabilità
Nel finale, il presidente di Confindustria ha riconosciuto “la prudenza del governo nella gestione dei conti pubblici”, ma ha avvertito che uno scenario internazionale più instabile potrebbe mettere sotto pressione l’Italia. “Se Hormuz dovesse restare bloccato e il debito comune europeo restasse un’utopia, cosa potrà fare l’Italia?”, si è chiesto. “Responsabilità significa sapere che accendere la luce in casa e le macchine in fabbrica dipende dalla disponibilità di energia, e non vogliamo farne a meno”.
Il discorso si è chiuso con un appello alla responsabilità collettiva e alla necessità di superare l’immobilismo. “Per troppo tempo ci siamo accontentati di fare il minimo indispensabile invece del massimo necessario”, ha detto Orsini. “È il tempo del coraggio”.
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