Le bucce di mela diventano creme viso, i fondi di caffè si trasformano in trattamenti antiossidanti, il mallo del pistacchio finisce nei cosmetici antiage e perfino il latte di una razza bovina del Sud Italia trova una seconda vita nei flaconi beauty. È la nuova frontiera della cosmetica che non nasce più solo nei laboratori, ma germoglia nei campi, nelle cantine vinicole, nei caseifici e nelle aziende agricole. E soprattutto in ciò che, fino a ieri, veniva considerato un rifiuto. Benvenuti nell’era della cosiddetta “upcycled beauty”, ovvero la bellezza che recupera e reinventa, mescolando sostenibilità, ricerca scientifica e innovazione. Si tratta di un mercato che corre veloce: dai 3,1 miliardi di dollari nel 2025 (2,67 miliardi di euro) a livello globale potrebbe arrivare a 8 miliardi entro il 2035, con una crescita media annua del 9,8%, secondo le proiezioni di Fact.Mr. A trainarlo è un consumatore sempre più attento. Lo dimostrano anche i dati di Cosmetica Italia: i prodotti naturali e sostenibili rappresentano ormai circa il 25% dei consumi cosmetici italiani. E il 36% delle donne sceglie esclusivamente marchi cruelty-free (cioè non testato sugli animali).
Così, da Nord a Sud, l’Italia si sta trasformando in un laboratorio diffuso di economia circolare applicata alla cosmesi. E le startup stanno trovando negli scarti materie prime potentissime. Tra le colline del Prosecco, in Veneto, la startup RigeneraDermo ha deciso di partire dall’uva. O meglio, da ciò che resta dopo la vinificazione. Bucce e semi, le cosiddette vinacce, rappresentano infatti fino al 30% del peso dell’uva e sono uno degli scarti più abbondanti dell’industria vinicola. L’azienda utilizza in particolare la buccia del vitigno Souvignier Gris, ricca di resveratrolo, antiossidante naturale capace di contrastare radicali liberi e stress ossidativo, per sviluppare prodotti dedicati alla cura di pelle e capelli.
Sempre in Veneto c’è chi lavora da tempo con questa filosofia, ben prima che diventasse una tendenza. HöbePergh, realtà attiva da quasi trent’anni, ha costruito un modello di cosmetica circolare intrecciando ricerca scientifica, botanica alpina e recupero alimentare. Tra le collaborazioni più interessanti c’è quella con il produttore di marmellate Rigoni, da cui recupera residui di frutta inutilizzati, come lamponi selvatici e bacche di sambuco, per trasformarli in ingredienti cosmetici.
Più a ovest, a Torino, la startup Vortex ha sviluppato la linea Naste Beauty puntando sulle bucce di mela provenienti dai processi agroalimentari. Quello che normalmente finirebbe nei rifiuti organici viene recuperato e trasformato in attivi per la skincare. E poi c’è il caffè, probabilmente lo scarto più abbondante d’Italia. In Versilia, UpperBe ha creato una crema a base di fondi di caffè 100% arabica, ricco di polifenoli antiossidanti e acidi grassi essenziali. Così che anche il gesto più quotidiano, come quello di bere un espresso, possa alimentare una filiera diversa.
Ma il fermento è appena iniziato. In Campania sta per debuttare in questi giorni Almëra, startup che porta nel beauty il latte delle vacche podoliche, razza rara tipica del Sud Italia. «È una materia prima preziosa, ma che nella filiera alimentare tradizionale spesso non riesce a esprimere tutto il suo valore – racconta in anteprima a Moneta la fondatrice Katia Tenore – Da qui è nata l’idea di darle una nuova vita nella cosmetica, rendendo allo stesso tempo più sostenibile l’attività di famiglia avviata dai miei bisnonni». E così, con il supporto dell’Università di Napoli, ha sviluppato la prima crema in Italia il cui principale ingrediente è proprio questo latte ricco di proteine, vitamine, omega 3, senza impiego di additivi chimici. Qui il concetto di recupero si allarga: non solo ridurre sprechi, ma creare nuove economie locali partendo da materie prime meno valorizzate.
Infine la Sicilia, dove il pistacchio di Bronte non è più soltanto una specialità gastronomica. La startup Kymia ha brevettato insieme all’Università di Catania un metodo per trasformare il mallo del pistacchio, cioè l’involucro esterno del frutto, in un estratto naturale destinato alla cosmetica antiage. Ogni anno oltre mille tonnellate di questo materiale vengono buttate. Anzi, venivano buttate, perché oggi quello scarto ha creato nuove opportunità di bellezza.
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