L’escalation militare nel Golfo Persico che ha fatto saltare la tregua tra Usa e Iran ha scatenato una reazione immediata sui mercati energetici globali. Un caccia statunitense ha intercettato e immobilizzato la petroliera commerciale M/T Marivex nel Golfo di Oman, accusandola di aver violato il blocco sul trasporto di greggio iraniano.
La crisi è iniziata nella notte tra lunedì e martedì, quando un elicottero d’attacco dell’esercito statunitense, impegnato in una missione di pattugliamento al largo delle coste dell’Oman, è precipitato dopo una collisione con un drone d’attacco Shahed di produzione iraniana. Secondo le prime ricostruzioni del Pentagono, l’incidente sarebbe stato causato dall’intersezione delle traiettorie di volo del velivolo senza pilota. I due ufficiali a bordo dell’elicottero hanno effettuato un ammaraggio d’emergenza e sono stati recuperati grazie all’intervento di un’imbarcazione autonoma di superficie Saronic Corsair, coordinata dalla Task Force 59 della Marina statunitense.
Nonostante l’equipaggio sia rimasto illeso e fossero ancora attivi canali diplomatici per il negoziato di pace, la Casa Bianca ha ordinato una risposta militare. Alle 17 ora di Washington, forze aeree e navali statunitensi hanno avviato una serie di bombardamenti contro obiettivi in territorio iraniano. L’operazione, condotta dal Comando centrale degli Stati Uniti, ha colpito venti installazioni militari nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz, concentrandosi in particolare sull’isola di Qeshm e nelle aree portuali di Sirik, Jask e Bandar Abbas. Tra gli obiettivi figuravano radar di sorveglianza, centri di controllo per droni e sistemi di difesa aerea.
La risposta di Teheran è arrivata poche ore dopo. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha lanciato missili e droni contro installazioni che ospitano personale militare statunitense in Bahrain, Giordania e Kuwait. In Giordania, i sistemi di difesa hanno intercettato cinque missili diretti verso una base aerea.
Petrolio
Le quotazioni del petrolio hanno reagito immediatamente all’intensificarsi delle ostilità. L’operazione militare ha riacceso i timori per la sicurezza del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per una quota rilevante delle esportazioni energetiche mondiali. In mattinata il West Texas Intermediate con consegna a luglio si attestava a 88,19 dollari al barile, annullando il rialzo iniziale superiore all’1%. Il Brent con scadenza ad agosto si stabilizzava invece a 91,58 dollari al barile, in aumento dello 0,14%.
Secondo Rystad Energy, il blocco che coinvolge sei Paesi del Medio Oriente ha sottratto al mercato circa 11,8 milioni di barili al giorno. Le serie storiche indicano che il deficit cumulato ha raggiunto un miliardo di barili. I modelli previsionali della società stimano inoltre una perdita di circa 350 milioni di barili per ogni mese di prosecuzione della crisi.
Le prossime ore saranno decisive per valutare la portata delle contromisure iraniane e la tenuta delle infrastrutture energetiche della regione. Diversi analisti ritengono probabile un aumento della volatilità sui mercati internazionali in caso di ulteriori incidenti nelle acque del Golfo.
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