Per anni una parte della cultura occidentale ha incoraggiato l’idea che l’autopercezione fosse la realtà. Oggi questo entusiasmo sembra esaurito per l’avvento violento di realtà più contingenti. Ma quali saranno i postumi e il prezzo umano dell’inversione di tendenza e come reagisce chi ha costruito la propria identità su categorie in discussione? Quale sarebbe il prezzo in termini psicologici della fine di un’ideologia fondata su qualcosa di così viscerale come l’identità sessuale e quanto costa ritornare alla realtà?
Le persone sono importanti e dovrebbero essere sempre rispettate. La dignità dell’uomo è un fatto, è un fine per le cose che può fare e per la grandezza di cui è capace. E tra tutti gli aspetti quello dell’identità è il più intimo perché chi siamo è un punto di partenza.
Qui subito troviamo un ostacolo nelle teorie che cercano di dare un senso all’uomo e che lo vogliono salvare a tutti i costi. Quella woke fa parte di queste. Per la sua vocazione a tentare di redimere il mondo e a ricostruirlo ricostruendo i rapporti di potere sulla base di un nuovo credo fondato sull’identità e la sessualità. Accusando la società tradizionale di sopprimere le pulsioni sessuali individuali limitandone l’espressione e la realizzazione.
Fragilità
Quando si ha a che fare con l’umanità più che salvare il mondo bisognerebbe cercare di non fare troppi danni. Perché l’essere umano è un prodotto fragile da maneggiare.
Quale può essere il prezzo di aver creduto che i propri problemi con il mondo fossero dovuti al proprio approccio in tema di sessualità? Dopo aver creduto che fosse il mondo a essere sbagliato qualcuno potrebbe credere di essere sbagliato lui.
Potrebbe essere uno shock identitario molto forte, come la caduta dell’ideologia comunista o la perdita della fede in senso religioso. Un vero e proprio lutto ideologico.
Ma mentre con la caduta del comunismo si è persa un’idea qui la situazione potrebbe essere più grave. Perché in fin dei conti i popoli che hanno perso il comunismo ne hanno guadagnato in benessere o come in Italia dove la lotta di classe non l’hanno neanche perduta perché i comunisti divenuti ricchi si sono arresi.
Ma quando crolla un paradigma identitario la cosa è più dolorosa perché la gente avverte la perdita di una parte di sé il che può essere devastante.
È il caso del movimento dei “detransitioner” che hanno intrapreso un percorso di transizione e poi lo hanno interrotto o rivisto e raccontano la presa di distanza dolorosa e, in alcuni casi, vorrebbero sottoporsi a interventi per tornare indietro. Raccontano quanto avessero investito nella transizione per superare traumi e quali fossero le loro aspettative.
È un tema forse non di grande attualità perché poco studiato ma del quale si potrebbe dover tener conto tra non molto.
Cambia il dibattito politico
Perché all’improvviso l’oggetto del dibattito pubblico è cambiato. La Storia è tornata e con lei sono tornate alcune di quelle questioni che non si lasciano modificare dal linguaggio. Oggi l’attenzione è spostata sulla guerra (nella foto, Teheran) e sull’approvvigionamento delle fonti energetiche. Oppure sugli investimenti in materia di difesa e sulle politiche di potenza. E ancora sui rischi connessi al calo demografico che riguardano il futuro della nostra società nel breve e lungo termine.
Questo cambio del dibattito potrebbe lasciare orfana la generazione educata nel woke mentre ne viene formata un’altra in tempi di questioni più spartane. E gli attivisti dell’ideologia woke correrebbero il rischio non solo di trovarsi soli ed incompresi ma anche inattuali. Ma cosa succede se una generazione scopre che una promessa identitaria non bastava a trovare un posto nel mondo?
Sicuramente cadrebbe un’illusione e quando un’illusione cade non cade da sola perché lascia sempre un conto da pagare proporzionale alla dimensione dell’inganno.
Negazione e rabbia
Le reazioni potrebbero essere diverse, forse la prima potrebbe essere quella della negazione e poi quella della rabbia. O una fase di adattamento e di ripiegamento e il movimento potrebbe diventare una subcultura e sfogare la mancata realizzazione del modello sociale sfociando in cultura artistica.
Poi quando si torna alla realtà, quando i problemi veri tornano a bussare può accadere che gli stessi attivisti diminuiscono di numero perché magari vengono anche loro sorpresi da altre incombenze.
E se il movimento woke sembra arretrare è perché la sensibilizzazione dell’opinione pubblica ha cambiato priorità. Ma potrebbe non essere la sua fine.
Se finirà incontreremo degli orfani del woke, potremo ascoltare le loro storie e allora capiremo meglio il dolore subito in questo processo.
Alcuni diranno che cercavano la liberazione, altri diranno di aver lottato per sconfiggere il loro disagio. E come accade spesso ai reduci di un movimento diranno che non è andata come si aspettavano. E il loro racconto sarà di monito per costruire un domani migliore in cui le illusioni non seppelliscano la verità.
Forse valuteremo meglio il rischio di un sistema poroso e penetrabile da ogni espressione di pensiero a prescindere dalla sua affidabilità scientifica e dalla sua potenziale incisività sui soggetti più fragili.
Forse il vero bilancio del movimento woke lo faranno quelli che lo hanno creduto. Racconteranno cosa cercavano, cosa hanno trovato e cosa perduto. Allora capiremo se siamo stati davanti a un tentativo di liberazione o a un’altra forma nuova di consumo.
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