Negli ultimi tempi i mercati finanziari sono stati solo marginalmente sfiorati dalle suggestioni – se non dalle turbolenze – della geopolitica. Anzi, hanno remato esattamente nella direzione opposta. Eppure non sono stati anni facili per gli equilibri internazionali. L’umanità ha superato una pandemia, ha assistito attonita all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Altrettanto attonita ha osservato la crisi umanitaria a Gaza e le durissime tensioni in Medio Oriente che hanno visto contrapposti Iran e Usa. Eppure i mercati sono rimasti sui massimi. Perché? L’entusiasmo per l’intelligenza artificiale. L’S&P 500 e il Nasdaq hanno registrato crescite straordinarie nell’ultimo quinquennio, guidati dai giganti del tech.
Il Geopolitical Risk Dashboard di Blackrock mostra come, nonostante l’indicatore di rischio globale rimanga eccezionalmente alto – a causa della frammentazione pragmatica e delle minacce sulle rotte commerciali dello Stretto di Hormuz – l’Intelligenza Artificiale si sia trasformata in una priorità di sicurezza nazionale ed economica. Questo la rende in parte resiliente alle normali logiche di mercato dal momento che attira capitali come asset di difesa e crescita geopolitica. L’entusiasmo per la filiera dell’IA, che va dai chip di Taiwan e della Corea del Sud fino ai Data Center, ha generato un effetto ricchezza tale da compensare i timori legati alle fiammate dell’inflazione e ai tassi d’interesse elevati.
Tsunami finanziario?
Questa ondata di ottimismo poggia però su dinamiche che in molti ormai ritengono delicate. Uno di questi è Jamie Dimon, Ceo di JPMorgan, che si è dichiarato spesso preoccupato per il comportamento dei mercati. Nella sua ultima lettera agli azionisti e nei recenti vertici finanziari ha spiegato che i mercati stanno prezzando una situazione di assoluta perfezione (il “goldilocks scenario”), ma i rischi geopolitici e il deficit fiscale agiscono come “placche tettoniche” invisibili che potrebbero scuotere la crescita globale. A Wall Street si sta gonfiando lo scetticismo sul reale ritorno economico degli enormi investimenti tecnologici, con il timore che il settore software possa subire un forte ridimensionamento se la produttività promessa dall’IA non dovesse materializzarsi nei tempi previsti.
Gli investitori stanno comprando oggi la promessa di una massiccia accelerazione della produttività globale guidata dall’automazione intelligente, scommettendo che l’impatto dell’IA sui margini aziendali sarà più forte di qualsiasi dazio o crisi diplomatica.
Il nodo degli investimenti: Microsoft
Il punto critico di questa scommessa risiede nel bilanciamento tra le aspettative di Wall Street e la sostenibilità dei bilanci aziendali. Prendiamo ad esempio Microsoft, reduce da una recente intervista con il Wall Street Journal. Il colosso prevede di far decollare la propria spesa in conto capitale verso quota 190 miliardi, in crescita del 61% rispetto all’anno precedente. E tutto per sostenere l’infrastruttura Cloud e IA. Una tendenza in linea con gli altri colossi del settore. In breve, costruire l’IA costa sempre di più, mentre la monetizzazione del software per l’utente finale deve fare i conti con una forte pressione competitiva.
Nell’intervista il Ceo Satya Nadella ha parlato della necessità di una “legittimazione sociale” per l’IA e delle opportunità economiche per i cittadini. Doveroso ricordare che Microsoft ha legato a doppio filo il proprio destino a OpenAI, integrando i modelli Gpt nell’infrastruttura Azure e nella suite Office. Una mossa che ha garantito un vantaggio iniziale, ma che oggi si scontra con una rapida evoluzione del mercato.
La tecnologia si sta infatti standardizzando e la concorrenza è agguerrita, con utenti e sviluppatori che esplorano costantemente alternative sul mercato, da Gemini di Google fino alle soluzioni Open Source. Secondo un rapporto della società di consulenza strategica Gartner, l’adozione di modelli open-source o personalizzati internamente è diventata una priorità aziendale: entro il 2026, oltre il 75% delle imprese utilizzerà queste soluzioni rispetto al solo 15% del 2023. Questa transizione risponde alla necessità stringente di garantire la sovranità dei dati, abbattere i costi di licenza e personalizzare gli algoritmi in locale.
Di conseguenza, il software proprietario rischia di perdere parte del suo potere di prezzo. È qui che si concentra il rischio di una bolla: la spesa per i supercomputer e i data center esplode, ma i margini sui servizi software rischiano di contrarsi. A dimostrazione di questa flessibilità strategica, Microsoft ha dovuto diversificare l’offerta di Copilot, introducendo modelli di tariffazione più flessibili, e si trova a dover aprire la propria piattaforma Azure anche a modelli esterni e competitivi – inclusi quelli ad alta efficienza e basso costo come il cinese DeepSeek – pur di mantenere la centralità della propria infrastruttura Cloud, che resta il vero motore dei suoi ricavi.
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