Una stretta immediata sulle licenze commerciali per fermare l’invasione dei souvenir “mordi e fuggi”, della chincaglieria d’importazione e delle attività che stanno progressivamente trasformando il cuore storico di Napoli in un bazar a basso costo per turisti. È la richiesta che l’associazione Artigianà – Commercianti napoletani per la tutela dell’artigianato rivolge al sindaco Manfredi e al Consiglio comunale in vista dell’approvazione del nuovo Piano commerciale cittadino.
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L’obiettivo è chiaro: impedire che il centro storico, patrimonio Unesco, e le principali arterie commerciali della città continuino a essere colonizzate da negozi di souvenir standardizzati e merci di basso valore aggiunto, a scapito delle attività storiche e dell’artigianato locale.
Secondo Artigianà, il fenomeno non rappresenta soltanto una questione di decoro urbano, ma un problema economico strutturale che rischia di impoverire il tessuto produttivo cittadino. “La proliferazione di attività seriali e di scarsa qualità sta cancellando l’identità commerciale di Napoli”, denunciano gli operatori del settore. Il rischio, sostengono, è quello di assistere a una progressiva omologazione della città, sempre più simile alle grandi destinazioni del turismo di massa e sempre meno riconoscibile per la sua unicità culturale.
Al centro delle preoccupazioni c’è soprattutto la sopravvivenza delle botteghe storiche. L’aumento dei canoni di locazione nelle aree più attrattive del centro sta infatti mettendo in difficoltà artigiani, librerie indipendenti, attività di vicinato e piccoli commercianti, spesso costretti a lasciare il posto a esercizi che vendono prodotti importati e standardizzati.
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Un modello commerciale che, secondo l’associazione, genera un’economia fragile e scarsamente radicata sul territorio. “Queste attività producono poco valore aggiunto per la città e spesso alimentano filiere produttive esterne, senza contribuire realmente alla crescita dell’economia locale”, spiegano gli artigiani. Non manca poi il timore che, in alcuni casi, possano proliferare forme di lavoro irregolare o sommerso.
Ma c’è anche il tema dell’immagine urbana. In molte strade del centro storico e delle zone a maggiore afflusso turistico, la merce viene frequentemente esposta all’esterno dei locali in maniera disordinata, con effetti negativi sul decoro cittadino e sulla fruibilità degli spazi pubblici.
Per Artigianà, inoltre, il danno riguarda direttamente l’offerta turistica. “Chi sceglie Napoli cerca autenticità, tradizione, cultura materiale e prodotti identitari. Trasformare le vie storiche in una sequenza di negozi che vendono gli stessi articoli di plastica significa impoverire l’esperienza del visitatore e ridurre il valore percepito della destinazione”.
Da qui le richieste rivolte all’amministrazione comunale. In primo luogo una moratoria immediata e un controllo rigoroso sul rilascio di nuove autorizzazioni per attività dedicate alla vendita di souvenir standardizzati e chincaglieria. In secondo luogo l’introduzione di un regolamento di tutela che disciplini il decoro delle vetrine, le esposizioni esterne e la tipologia di merci ammesse nelle aree di maggiore pregio storico e culturale. Infine un pacchetto di incentivi economici destinati a sostenere giovani artigiani, botteghe storiche, librai e attività tradizionali.
L’associazione ricorda inoltre che Napoli non sarebbe un caso isolato. Diverse città italiane ad alta vocazione turistica hanno già adottato negli ultimi anni regolamenti e delibere per limitare l’espansione di attività considerate incompatibili con la tutela del patrimonio urbano e commerciale. Da Roma a Venezia, passando per Firenze e Pisa, le amministrazioni locali hanno introdotto strumenti per preservare identità, qualità dell’offerta e equilibrio economico dei centri storici.
Ora la palla passa a Palazzo San Giacomo. Con il nuovo Piano commerciale alle porte, il dibattito si sposta sul terreno delle scelte strategiche: decidere quale modello economico e turistico dovrà caratterizzare Napoli nei prossimi anni
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