Bucce di arancia, fondi di caffè e gusci di pistacchio diventano lampade di design, tavolini, complementi d’arredo e oggetti per la casa. L’utilizzo degli scarti agricoli e alimentari come materia prima e risorsa da progettare è una delle tendenze che stanno ridefinendo in maniera più incisiva il settore del design contemporaneo. Per una nuova idea di bellezza, più intelligente. I numeri lo dimostrano: dopo aver superato nel 2025 un giro d’affari di 53 miliardi di dollari a livello globale, il mercato dell’arredamento sostenibile e dell’eco-design è atteso raggiungere un valore compreso tra 58 e 59 miliardi di dollari nel 2026. Le stime di Gran View Research indicano inoltre una progressione costante fino a circa 114 miliardi di dollari entro il 2033, con una crescita media annua intorno al 10%.
In questo scenario, l’Italia occupa una posizione privilegiata. Secondo il rapporto Design Economy 2025, il settore nazionale del design genera 6,3 miliardi di euro di fatturato e rappresenta quasi un quinto dell’intero mercato europeo. Un primato che dimostra la capacità italiana di sperimentare nuove strade e di trasformare idee visionarie in imprese.
Tra queste una delle storie più emblematiche arriva da Milano. Qui infatti, in occasione dell’Expo, è nata KrillMat, evoluzione della startup Krill Design, che trasforma residui alimentari come bucce d’arancia, fondi di caffè, gusci di frutta secca e vinacce in nuovi biomateriali destinati alla produzione industriale di complementi d’arredo. Per riuscirci, l’azienda ha sviluppato una tecnologia proprietaria, per cui gli scarti vengono raccolti, selezionati e trasformati in granuli che possono essere utilizzati per la stampa 3D o a iniezione. Il risultato è un materiale che elimina la necessità di utilizzare plastica tradizionale e che conserva colori, texture e caratteristiche visive che richiamano l’origine naturale della materia prima. La prima applicazione concreta di questo processo è stata con Autogrill, per cui le bucce d’arancia generate quotidianamente dai suoi bar sono state trasformate in prodotti di design. A seguire, collaborazioni con San Pellegrino e il Comune di Milano hanno ampliato il campo di sperimentazione, portando allo sviluppo di nuovi materiali e nuove applicazioni. Tra queste anche Co.ffee Era, un progetto dedicato alla raccolta dei fondi di caffè nei bar milanesi e alla loro trasformazione in oggetti d’uso quotidiano. Ma è stata Ohmie, la prima lampada realizzata a partire da bucce d’arancia, a ottenere la visibilità internazionale sperata.
Nella terra del ferrarese è invece nato nel 2019 il marchio Candyslab che ha costruito una propria identità creativa attorno alla stampa 3D e ai materiali di origine vegetale, proponendo lampade, sedute e oggetti d’arredo ispirati al mondo animale e all’estetica pop contemporanea. La particolarità dei suoi prodotti è l’utilizzo del Pla, un materiale derivato dall’amido di mais che rappresenta una delle alternative più interessanti alle plastiche tradizionali. Grazie alla stampa 3D, forme complesse e personalizzazioni diventano possibili senza creare gli sprechi tipici di molti processi industriali. Non sorprende che queste creazioni abbiano trovato spazio in showroom, boutique hotel, uffici innovativi e grandi eventi del design come il Salone del mobile o la Milano Design week. Architetti e interior designer le scelgono sempre più spesso per allestimenti temporanei, spazi commerciali e ambienti professionali che vogliono comunicare attenzione all’ambiente senza rinunciare all’impatto visivo.
Se queste startup rappresentano il volto più visibile di questa tendenza del design, il futuro potrebbe essere ancora più ambizioso. In Campania, infatti, è nato di recente un progetto che punta a portare l’economia circolare su una scala completamente nuova. Si chiama AgroDesign AI Platform ed è un’iniziativa finanziata dal ministero dell’Università nell’ambito del Pnrr con l’obiettivo di utilizzare l’intelligenza artificiale per creare un ponte tra il mondo agricolo e quello del design.
In pratica, attraverso una piattaforma digitale vengono mappati i residui agroindustriali disponibili sul territorio circostante e messi in connessione con aziende, progettisti, architetti e produttori interessati a utilizzarli per idee innovative d’arredo. In altre parole, ciò che oggi è uno scarto potrebbe diventare la materia prima di un nuovo prodotto per la casa. La sfida qui non riguarda soltanto il recupero dei materiali, ma la loro standardizzazione. Uno dei principali ostacoli alla diffusione di biomateriali derivati dagli scarti è infatti la difficoltà di garantire qualità, fornitura e prestazioni costanti. L’intelligenza artificiale potrebbe contribuire proprio a superare questo limite, rendendo più semplice e diretto l’impiego di queste risorse.
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