Per anni l’Italia è stata considerata soprattutto il punto di arrivo dei grandi flussi energetici diretti verso il mercato interno. Oggi quello schema appartiene al passato. Le profonde trasformazioni geopolitiche degli ultimi anni, dalla guerra tra Russia e Ucraina alle tensioni che hanno interessato il Medio Oriente e le principali rotte marittime internazionali, hanno accelerato un cambiamento che era già in corso: il nostro Paese si sta affermando come gateway energetico dell’Unione europea, un corridoio strategico di transito, connessione e redistribuzione delle risorse energetiche verso il continente.
La prova più evidente arriva proprio dal gas naturale. Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Italia ha dovuto sostituire in tempi rapidi il 35-40% del metano che proveniva dalla Russia. Più recentemente, le tensioni nell’area dello Stretto di Hormuz hanno posto interrogativi anche su una quota rilevante delle forniture provenienti dal Golfo. Eppure, il sistema energetico nazionale ha retto l’urto senza particolari scosse, dimostrando una resilienza che affonda le sue radici in tre fattori: geografia, diplomazia e infrastrutture.
Geografia
La posizione dell’Italia è da sempre privilegiata. Protesa nel Mediterraneo e vicina ai grandi produttori nordafricani, rappresenta al tempo stesso il primo approdo industriale europeo per molte delle rotte provenienti dal Medio Oriente e un punto di collegamento naturale con il cuore manifatturiero del continente. A questa collocazione geografica si somma una tradizione diplomatica costruita nel tempo. La geografia e la diplomazia, tuttavia, non sarebbero bastate senza un adeguato apparato industriale. È qui che emerge il valore delle infrastrutture costruite nel corso di decenni. L’Italia ha infatti sviluppato una rete che oggi supera i 33.500 chilometri. Un sistema capillare che ha consentito di assorbire il radicale cambiamento delle rotte energetiche europee dopo il 2022.
Cinque anni fa circa il 70% del gas immesso nella rete italiana proveniva da Russia e Algeria attraverso i gasdotti. Mosca era il principale fornitore attraverso lo snodo di Tarvisio. Oggi lo scenario è mutato. Da gennaio 2025 il gas russo via Ucraina non raggiunge più la penisola e il contributo dell’ingresso di Tarvisio si è sostanzialmente azzerato. A prendere il suo posto sono stati i flussi provenienti da Sud, in particolare dall’Algeria, diventata primo fornitore dell’Italia, e quelli garantiti dal Corridoio Meridionale del Gas attraverso il Tap.
Determinante anche il ruolo del gas naturale liquefatto. Grazie all’entrata in funzione dei terminali di Piombino e Ravenna, che si aggiungono agli impianti di Panigaglia, Livorno e Rovigo, il Gnl è passato da semplice strumento di flessibilità a pilastro della sicurezza energetica nazionale. Nei primi cinque mesi del 2026 rappresenta già il 33% dei flussi in ingresso. Al 31 maggio sono stati registrati 94 carichi di Gnl distribuiti tra i terminali italiani, con provenienze che spaziano dagli Stati Uniti al Qatar, dall’Algeria alla Nigeria, fino a Senegal e Congo. Oggi l’83% del gas movimentato dalla rete italiana arriva dal mare oppure dai punti di ingresso meridionali. Una trasformazione che ha rafforzato il ruolo dell’Italia come infrastruttura strategica al servizio dell’intera Europa. Non a caso il nostro Paese è attualmente quello più interconnesso del continente, con dieci punti di ingresso equamente distribuiti tra metanodotti e terminali di rigassificazione.
Rilievo politico
Da qui deriva una conseguenza di grande rilievo politico ed economico: attraverso l’Italia passa sempre più energia verso il resto d’Europa. Nel 2025 le esportazioni di gas hanno superato i 2 miliardi di metri cubi, un volume sufficiente a coprire i consumi annuali di oltre tre milioni di famiglie e più che triplicato rispetto all’anno precedente. Le prospettive sono ancora più significative. Secondo il piano strategico presentato da Snam, entro il 2030 i flussi in uscita potrebbero raggiungere i 7 miliardi di metri cubi all’anno, equivalenti ai consumi di oltre dieci milioni di famiglie.
Per sostenere questa crescita sono in corso importanti investimenti infrastrutturali. Tra questi spicca la Linea Adriatica, 425 chilometri di nuove condotte lungo l’asse Sud-Nord che aumenteranno di 10 miliardi di metri cubi l’anno la capacità di trasporto. Fondamentale anche il potenziamento delle centrali di compressione di Malborghetto e Poggio Renatico e gli interventi che consentiranno di portare fino a 14 miliardi di metri cubi annui la capacità di esportazione verso l’Austria e il Centro Europa.
Stoccaggi strategici
Un altro tassello fondamentale della nuova centralità italiana è rappresentato dagli stoccaggi. Le riserve nazionali valgono circa un sesto della capacità complessiva dell’Ue e costituiscono uno strumento essenziale per la sicurezza energetica continentale. Grazie alle aste concluse positivamente in primavera e agli incentivi introdotti per favorire il riempimento degli impianti, l’Italia ha già superato il 65% del livello di stoccaggio e risulta il primo Paese europeo per volumi assoluti di gas immagazzinato. Un risultato che mette il sistema nazionale nelle condizioni di raggiungere con anticipo il target europeo del 90%, mentre molti partner comunitari procedono a ritmi più lenti.
In questo scenario prende forma anche un nuovo paradigma. L’amministratore delegato di Snam, Agostino Scornajenchi, parla di «integrazione energetica», un concetto che supera la contrapposizione tra fonti tradizionali e rinnovabili. L’idea è che la crescita della domanda e la complessità del contesto internazionale richiedano un sistema capace di integrare vettori, tecnologie e fonti diverse, garantendo al tempo stesso sostenibilità, competitività industriale e sicurezza degli approvvigionamenti.
La sfida, dunque, non è semplicemente sostituire una fonte con un’altra, ma costruire un ecosistema energetico integrato più robusto. In questa prospettiva le infrastrutture del gas non rappresentano soltanto un’eredità del passato, ma un asset strategico per il futuro europeo. E l’Italia, da tradizionale punto di arrivo dei flussi, si sta trasformando in uno dei principali snodi attraverso cui passa la sicurezza energetica dell’Unione.
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