Dal 1° luglio il mercato europeo dell’acciaio attiva uno scudo commerciale. Entra infatti in vigore il nuovo regime di salvaguardia approvato dall’Unione europea, che irrigidisce sensibilmente le condizioni di accesso per i produttori extraeuropei. La misura prevede una riduzione dei contingenti tariffari e, soprattutto, il raddoppio del dazio applicato alle importazioni che superano le quote assegnate: dal 25% al 50%.
Le quote
Con le nuove norme sarà consentito l’ingresso nell’ Ue in esenzione doganale di un totale di 18,3 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Le importazioni eccedenti saranno soggette ad un dazio del 50%. La metà delle 18,3 milioni di tonnellate esenti da dazi – pari a 9,15 milioni – è assegnata esclusivamente ai partner con cui l’Ue ha stipulato accordi di libero scambio.
Rafforzare la competitività
Bruxelles punta così a rafforzare la competitività della siderurgia europea, sempre più sotto pressione per l’eccesso di capacità produttiva globale (stimato in oltre mezzo miliardo di tonnellate annue) e per il crescente afflusso di acciaio a basso costo proveniente in particolare dall’Asia. L’intervento – fortemente voluto dall’Italia – assume anche una valenza strategica: preservare una filiera considerata essenziale per automotive, difesa, infrastrutture, cantieristica ed energia.
Il panorama italiano
Per l’Italia, secondo produttore europeo di acciaio dopo la Germania, il nuovo quadro ha una doppia valenza. Sul fronte dei produttori, il rafforzamento della barriera commerciale dovrebbe tradursi in una minore pressione competitiva sulle importazioni e in un sostegno ai prezzi interni. A beneficiarne potrebbero essere innanzitutto Marcegaglia, leader europeo nella trasformazione dell’acciaio, il gruppo Arvedi, AFV Beltrame e Acciaierie d’Italia (ex Ilva), impegnata nel rilancio degli impianti di Taranto. Per questi operatori il nuovo regime potrebbe favorire un miglior utilizzo della capacità produttiva e una maggiore stabilità dei margini, soprattutto nei segmenti più esposti alla concorrenza asiatica.
Tuttavia, l’impatto per la vasta filiera manifatturiera italiana che utilizza l’acciaio come materia prima non è però per forza positivo. Se la riduzione delle importazioni dovesse restringere l’offerta disponibile sul mercato europeo, il rischio è un incremento dei prezzi di laminati, coils e prodotti piani, con effetti diretti sui costi industriali.
L’automotive
L’esposizione riguarda in particolare il comparto dell’automotive, con gli stabilimenti europei di Stellantis, la meccanica strumentale, nella quale operano gruppi come Danieli, pur inserita anche nella filiera siderurgica, CNH Industrial, i produttori di macchine utensili e numerose aziende della Motor Valley e dei distretti lombardi e veneti. Anche il settore degli elettrodomestici e quello delle costruzioni metalliche potrebbero registrare un aumento del costo delle forniture.
Macchina da rodare
La macchina normativa va quindi ancora rodata. E l’effetto finale dipenderà dall’equilibrio tra domanda e offerta nei prossimi mesi. Se la produzione europea riuscirà a compensare la minore disponibilità di materiale importato, l’impatto sui prezzi potrebbe restare contenuto. In caso contrario, il rafforzamento della protezione commerciale rischia di trasferire parte dei costi lungo tutta la filiera manifatturiera.
Il Cbam
Il provvedimento si inserisce nella più ampia strategia industriale europea che comprende il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), gli investimenti nella decarbonizzazione della siderurgia e le misure per ridurre la dipendenza dalle importazioni di materiali strategici. L’obiettivo è costruire una base industriale più resiliente, ma la sfida sarà trovare un equilibrio tra la tutela dei produttori europei e la competitività delle imprese manifatturiere che trasformano l’acciaio.
Da domani la competitività del settore europeo dipenderà sempre meno dai prezzi delle importazioni e sempre più dalla capacità delle acciaierie di aumentare produzione, efficienza e investimenti nella transizione verso l’acciaio a basse emissioni. Una lezione che i casi di Piombino e soprattutto dell’ex Ilva devono tenere ben presente.
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