In un certo senso potremmo dire che l’ex Ilva non esiste più. E non esisterà nemmeno se avrà un futuro. La vecchia fabbrica che in questi ultimi 15 anni non ha avuto un attimo di pace passando da polo siderurgico europeo a problema nazionale è destinata al tramonto che oggi è sotto gli occhi di tutti. Michael Flacks, fondatore del gruppo omonimo selezionato nell’ultima gara per uscire dalle secche del commissariamento racconta a Moneta il nuovo piano e la “nuova Ilva” al centro del tavolo tecnico con Danieli e Metinvest.
Mr. Flacks, dopo un silenzio di mesi sulla trattativa di gara avete deciso di creare un tavolo tecnico e riscrivere il piano industriale. A che scopo?
«Stiamo lavorando a una revisione profonda del piano industriale. Vorrei essere molto chiaro su un punto: non stiamo lavorando a un piano per salvare l’Ilva del passato. Stiamo lavorando a un piano per costruire la siderurgia del futuro».
In che senso?
«Per troppo tempo il dibattito si è concentrato esclusivamente sulle tonnellate prodotte. È un errore. La vera domanda è quale acciaio vogliamo produrre e quale valore vogliamo creare».
Mi sta dicendo che la produzione è un dato relativo?
«Un’acciaieria moderna non genera ricchezza perché produce milioni di tonnellate di acciaio generico. Genera valore quando produce acciai speciali e ad alte prestazioni destinati all’automotive, all’energia, alla difesa, alla cantieristica navale, alle infrastrutture e alla manifattura avanzata. Oggi un’acciaieria che vende prodotti commodity può avere margini di poche decine di euro per tonnellata. Gli acciai ad alto valore aggiunto possono generare margini multipli e garantire una sostenibilità economica molto maggiore. Il nostro obiettivo è aumentare il valore medio di ogni tonnellata prodotta a Taranto».
E come, in concreto?
«Per farlo stiamo analizzando le migliori pratiche internazionali: automazione avanzata, manutenzione predittiva, digitalizzazione degli impianti, efficienza energetica, riduzione delle emissioni, integrazione logistica e specializzazione produttiva».
La qualità contro la quantità?
«Taranto possiede caratteristiche che pochi siti europei possono vantare: porto, banchine, collegamenti ferroviari, know-how industriale e una posizione strategica al centro del Mediterraneo. Dalla più grande acciaieria d’Europa vogliamo trasformarla in una delle migliori».
Come è stato accolto il vostro tavolo tecnico?
«Con interesse. Abbiamo riunito attorno al tavolo alcune delle migliori competenze industriali disponibili oggi nel settore siderurgico europeo. Nessuna azienda o manager di questo livello metterebbe il proprio nome e la propria reputazione su un progetto privo di solide basi industriali e finanziarie. Siamo pronti a partire, abbiamo una visione industriale chiara e partner di assoluto livello internazionale. La questione oggi non è la disponibilità di capitale o di competenze. La questione è arrivare finalmente a una decisione».
Come giudica la freddezza dei commissari e del governo rispetto al suo impegno?
«È una situazione frustrante. Abbiamo investito tempo, risorse e competenze per partecipare a questa gara. Nelle operazioni di M&A di questa dimensione esiste una sequenza precisa: prima si definiscono i termini dell’operazione e si sottoscrive un accordo, poi si finalizzano gli impegni finanziari definitivi. Nessun istituto finanziario internazionale rilascia commitment vincolanti senza un percorso contrattuale chiaro e una ragionevole certezza di closing. Detto questo, credo che i fatti parlino da soli».
Come considera il presunto impegno dell’esecutivo su altre trattative mentre c’è una gara in corso?
«Noi abbiamo sempre rispettato il processo e continueremo a farlo. Naturalmente ci aspettiamo che qualsiasi procedura sia trasparente, competitiva e fondata esclusivamente sull’interesse dell’azienda e del Paese. Se verrà scelta un’altra soluzione la rispetteremo. Credo in Dio e credo che alla fine prevarrà ciò che è giusto. Noi continueremo a fare la nostra parte».
Il suo interesse “incondizionato” per l’ex Ilva è ormai chiaro. Lo conferma anche dopo il mancato dissequestro di Afo1?
«Assolutamente sì. La decisione sull’Afo1 è una mazzata per l’Ilva e mi dispiace dirlo soprattutto per i lavoratori. Ma gli investitori industriali veri non scappano davanti ai problemi».
Le dispiace perché questo cambia i posti di lavoro garantiti?
«No assolutamente, nel nostro piano nessuno resta a casa».
Il treno Flacks potrebbe essere l’ultimo?
«Molte aziende stanno osservando la situazione. Ma molti operatori ritengono che la situazione sia diventata eccessivamente complessa e che negli ultimi anni si sia perso troppo tempo. Qualcuno in Italia forse non se ne rende conto, è già un miracolo aver messo attorno a un tavolo questi due grandi player».
Il ministro Adolfo Urso ha detto che gli aiuti di Stato per l’Ilva sono finiti. Non crede che lo Stato italiano debba farsi garante al vostro (o all’altrui) fianco?
«Se l’Italia considera l’acciaio un settore strategico deve comportarsi come fanno tutte le principali economie industriali del mondo. Gli Usa sostengono la loro industria. La Germania sostiene la sua industria. La Francia sostiene la sua industria. Non stiamo chiedendo sussidi o regali. Stiamo parlando di un impianto strategico, di migliaia di posti di lavoro e di una filiera che ha un impatto diretto sull’intera economia nazionale».
Come immagina possa evolversi la situazione?
«Non ho una sfera di cristallo. Quello che posso dire è che una decisione dovrà essere presa molto presto».
Se l’operazione andrà a buon fine, cosa intendete realizzare nei primi 100 giorni?
«Riportare tutti i lavoratori al loro posto».
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