Il settore europeo delle quattroruote è impantanato da tempo anche in Borsa e i segnali di ripresa faticano a intravedersi. Emblema della crisi è Volkswagen, reduce dai minimi a 15 anni toccati in corrispondenza con l’emergere del possibile raddoppio, da 50 a 100 mila, dei tagli di posti di lavoro. Il gigante di Wolfsburg paga, tra l’altro, la marcata debolezza sul mercato cinese che ha inciso negativamente anche sulle consegne del secondo trimestre, risultate in calo dell’8,8% a livello globale e di ben il 36% nel paese asiatico dove è sempre più alta la concorrenza dei player locali. A pesare ci sono anche i dazi del 25% imposto dagli Stati Uniti sulle importazioni di automobili, che secondo il ceo di Volkswagen Oliver Blume potrebbe ridurre di 5,9 miliardi di dollari all’anno l’utile operativo del gruppo.
Al grido d’allarme di Volkswagen, costretta a ridurre in modo significativo i costi con una profonda razionalizzazione dell’offerta, si somma il recente profit warning di Bmw, a conferma che la debolezza colpisce tutti i player anche se con intensità differente. Da inizio anno l’indice Euro Stoxx Automobiles & Parts segna un dietrofront di oltre il 15% con tutti i titoli delle big in affanno. A Parigi il titolo Renault viaggia il 27% sotto i livelli di inizio anno, che diventa -37% se si guarda il saldo a 12 mesi. Peggio fanno i giganti tedeschi con Volkswagen arretrata del 31% in questo 2026, Bmw di oltre il 37% e Mercedes del 27% circa. Tutte arrancano sui minimi pluriennali. Stesso dicasi per l’italo-francese Stellantis che ha visto il proprio valore dimezzarsi quest’anno con quotazioni scese per la prima volta sotto il muro dei 5 euro per poi rimbalzare nell’ultima settimana grazie anche all’assist dei dati preliminari sulle consegne nel secondo trimestre, che segnano un progresso del 10% a livello globale trainate soprattutto dal +38% in Nord America.
In attesa dei numeri trimestrali completi in arrivo il 30 luglio, chiamati a chiarire se la ripresa dei volumi sarà accompagnata da pari risalita di margini e generazione di cassa, gli investitori si interrogano sulla possibilità che la discesa in Borsa di Stellantis sia stata eccessiva anche alla luce dei primi riscontri che stanno arrivando dal piano di rilancio predisposto dall’ad Antonio Filosa. Il piano FaSTLane 2030 presentato da Antonio Filosa a maggio punta al ritorno a un flusso di cassa industriale positivo il prossimo anno, riduzione dei costi per 6 miliardi di euro entro il 2028 e margine operativo al 7% entro il 2030. «La scommessa industriale è chiara – argomenta Gabriel Debach, market analyst di eToro – combinare scala globale e maggiore autonomia regionale. Negli Stati Uniti significa ricostruire Jeep e Ram, aumentare la produzione locale e correggere gli errori di prezzo e di gamma degli ultimi anni. In Europa significa ridurre il divario di costo con i concorrenti cinesi attraverso veicoli elettrici più accessibili, alleanze come quelle con Leapmotor e Dongfeng e una maggiore condivisione di piattaforme, batterie e componenti». Un nodo importante sarà dimostrare che le collaborazioni con i produttori asiatici rappresentano un ponte verso una maggiore competitività e non una dipendenza destinata ad autoalimentarsi. JP Morgan stima che ci vorranno circa 14 mesi prima che si concretizzino i risparmi sui costi di approvvigionamento previsti dal piano Filosa. Inoltre, gli esperti non escludono il rischio di ulteriori revisioni al ribasso degli utili legate a ulteriori accantonamenti per problemi di qualità in Nord America e per la concorrenza più intensa in Brasile. Prudenza anche da parte di Banca Akros che ha limato il prezzo obiettivo a 5,50 euro in seguito al taglio del 30% medio delle stime di utile per il biennio 2026-2027. Gli analisti pongono l’accento sul peggioramento del profilo creditizio, con il rischio di un declassamento del rating da BBB- a BB+, che sancirebbe la perdita dello status «investment grade» e quindi potenziali ricadute in termini di costi di finanziamento da parte di Stellantis Financial Services. Relativamente ai conti del secondo trimestre, la sim milanese stima ricavi pari a 41,2 miliardi e un margine operativo rettificato (ebit margin) dell’1,9%.
In generale i prezzi obiettivo indicati dalle case d’affari sono ben sopra i livelli a cui viaggia Stellantis. Il target price medio degli analisti monitorati da Bloomberg è attualmente a 7,07 euro, con quindi un potenziale di recupero di circa il 40%. «Il recupero rimane però subordinato alla capacità di trasformare il piano in margini, cassa e maggiore controllo tecnologico», spiega Debach. Il piano Filosa ha reso la scommessa più leggibile e soprattutto misurabile. E ogni trimestre il mercato andrà a misurare la distanza tra ciò che Stellantis annuncia e ciò che consegna.
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