Il braccio di ferro è iniziato un anno fa, quando ci fu un confronto acceso tra l’Unione europea e il governo italiano sul caso Unicredit-Banco Bpm. Allo stesso modo Bruxelles si irrigidì per gli ostacoli messi dalla Spagna all’operazione Bbva-Sabadell. E, al pari della Bce, ha fatto filtrare a più livelli il gradimento per l’operazione Unicredit-Commerzbank, proprio mentre il governo tedesco attaccava senza riserve l’iniziativa del gruppo italiano. Sono tre casi emblematici, con da una parte le istituzioni europee che spingono per la creazione di gruppi bancari più grandi e capaci di fare concorrenza ai big americani e asiatici, e dall’altra i governi nazionali che devono cercare di tutelare l’interesse nazionale preservando una certa vicinanza ai territori degli istituti di credito.
Ebbene, la Commissione europea – attraverso la commissaria per i servizi finanziari e l’unione dei mercati dei capitali Maria Luís Albuquerque – intende posizionarsi per avere strumenti più affilati e prevalere sulla volontà degli stati nazionali. «Saremo più incisivi» e «agiremo più rapidamente», ha promesso Albuquerque nei confronti di uno Stato che «oltrepassa o utilizza impropriamente i propri poteri».
Ma Bruxelles non vuole fermarsi solo a questo: vuole creare le condizioni affinché ci sia una certa convenienza a sposarsi per le banche di Paesi Ue differenti. Una tesi piuttosto diffusa tra i grandi banchieri – in Italia sostenuta dal ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina – è che le fusioni transfrontaliere siano poco convenienti fino a che non verrà conclusa l’unione bancarie e l’unione del mercato dei capitali, riforme a lungo invocate ma mai davvero completate. Allora questa proposta sembra una via di mezzo, volta a favorire operazioni del genere Unicredit-Commerz che a suo modo è storica e ha fatto scuola.
Unicredit, infatti, controlla in Germania Hvb, una banca tedesca a tutti gli effetti, che nel giro di tre anni vorrebbe fondere con Commerz. Quindi è un’operazione transfrontaliera perché la capogruppo è italiana, ma di fatto è un’operazione domestica tra due banche sul territorio tedesco. Una fattispecie simile è Crédit Agricole Italia, controllata da un gruppo francese transfrontaliero, ma con una sua struttura autonoma e una sede operativa a Parma, in Italia. Questo lascia suggerire come il nuovo quadro normativo, che dovrebbe essere proposto nel primo trimestre del 2027, potrebbe essere un ottimo incentivo verso una possibile fusione tra Crédit Agricole Italia e Banco Bpm.
Ma cosa intende proporre la Commissione? L’arma principale per spingere gli istituti alle fusioni transfrontaliere è di liberare le attività liquide intrappolate nei confini nazionali. Oggi, infatti, i gruppi bancari devono soddisfare requisiti di capitale sia a livello di capogruppo sia a livello delle controllate nazionali. Bruxelles vuole permettere ai gruppi integrati di poter spostare le risorse in eccesso laddove possono essere più produttive arrivando a liberare – secondo le stime della Banca centrale europea – oltre 230 miliardi di attività liquide oggi vincolate nei Paesi.
Per spianare la strada anche sul fronte politico, c’è l’idea di istituire un nuovo sistema capace di proteggere i depositanti nel caso in cui il fallimento di un gruppo transfrontaliero possa danneggiare un unico Paese: passaggio, quest’ultimo, che ricorda le rimostranze dei tedeschi nelle varie fasi dell’operazione Unicredit-Commerz, che imputavano a Piazza Gae Aulenti di avere nei bilanci troppi titoli di Stato italiani. Sempre per fare un esempio, nella remota possibilità che Unicredit in futuro abbia problemi, il nuovo quadro normativo proteggerebbe tutte le ramificazioni nazionali del gruppo togliendo dal tavolo certe obiezioni.
Un aspetto spinoso, che in sede di Trilogo potrebbe creare polemiche, riguarda proprio i titoli di Stato. Del resto, gli istituti nazionali sono sempre acquirenti di titoli di Stato e, specie i governi indebitati, giudicano un asset strategico avere istituzioni finanziarie pronte ad acquisire le nuove emissioni: questo aiuta ad abbassare i rendimenti. Un fenomeno che la Commissione vuole limitare, varando misure contro le concentrazioni eccessive di debito nazionale. «Se tutti diversificano – sostiene la commissaria Albuquerque – non vedo alcuna ragione per cui la domanda complessiva debba cambiare. Forse gli acquirenti non saranno esattamente gli stessi».
Tra le altre misure previste figurano meno sovrapposizioni nei requisiti patrimoniali e nelle regole di risoluzione, più proporzionalità per le banche piccole e una revisione di Basilea per mutui e pmi. La Banca centrale europea guidata da Christine Lagarde sostiene l’integrazione, ma avverte di non indebolire troppo la capacità del sistema dell’eurozona di resistere agli choc. La sensazione, però, è che il dibattito dovrà affrontare ancora una volta lo scoglio della volontà degli Stati nazionali, che potrebbero valutare come indigesti diversi passaggi della riforma.
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