La carenza di chip del 2026 è destinata a rimanere permanente e a diventare strutturale. Entro la fine dell’anno i data center per l’IA consumeranno il 70 per cento di tutti i chip di memoria prodotti e lasceranno sforniti molti settori, primo fra tutti l’automotive. Secondo le stime dello studio Semiconductor Scarcity 2026: How AI Data Centers Are Deprioritizing Automotive Supply Chains, questa crisi non è come le altre: tra il 2021 e il 2024 c’era già stata un’interruzione dovuta alla pandemia che aveva causato al settore una perdita globale di 500 miliardi di dollari. Ma quella attuale è una crisi duratura.
Deficit di investimenti
I chip avanzati che servono ai data center per l’IA garantiscono grossi margini e sono il fattore di crescita primario nell’industria dei semiconduttori, con un mercato stimato in salita dai 179,85 miliardi di dollari del 2025 a oltre 500 miliardi nel 2030, arrivando a coprire più della metà dell’intero comparto. Al contrario, circa il 95 per cento dei chip utilizzati nei veicoli moderni appartiene a nodi tecnologici maturi o legacy, che sono meno profittevoli rispetto a quelli per l’IA.
«La scarsità non colpisce in modo uniforme tutti i semiconduttori, ma si concentra nel comparto delle memorie, trainato dalla forte domanda dei data center dedicati all’IA. L’impennata dei prezzi ha così indotto i principali produttori, tra cui Micron, a dirottare le forniture verso i mercati a più alta redditività» spiega a Moneta Stefano Bargiacchi, trader professionista esperto di mercati e intelligenza artificiale. «Diversi produttori stanno disinvestendo dall’elettronica di consumo per saturare la capacità produttiva con memorie ad alta prestazione, garantendosi così margini più elevati grazie alla forte domanda. Nel comparto automotive, l’aumento dei costi dei semiconduttori farà salire i prezzi di produzione dei veicoli. A causa del rallentamento delle forniture, i costruttori saranno costretti a dare priorità ai modelli più costosi per salvaguardare la redditività». Per le fonderie come Tsmc, che controlla oltre il 90 per cento della produzione di chip avanzati, evadere l’ordine di un hyperscaler per decine di migliaia di Gpu da 30 mila dollari l’una è infinitamente più redditizio rispetto all’ordine di un produttore di auto per milioni di microcontrollori da 5 dollari l’uno.
Di conseguenza, le fonderie stanno tagliando gli investimenti sui chip di vecchia generazione per convertire la capacità produttiva sui chip avanzati per l’IA, lasciando la tecnologia tradizionale dell’automotive a forte rischio di sottoinvestimento. L’impatto sarà pesante, con il rischio che nel 2026 vengano costruite fino a 600 mila automobili in meno. Ubs prevede infatti che il calo potrebbe iniziare già nel secondo trimestre del 2026, aumentando in maniera esponenziale tra il 2027 e il 2028.
Per difendersi da questa discesa in secondo piano nella catena di approvvigionamento globale, alcuni produttori automobilistici stanno abbandonando i vecchi modelli di acquisto tramite intermediari Tier-1 per stringere accordi diretti, miliardari e pluriennali con le fonderie.
Tesla ha siglato un accordo storico da 16,5 miliardi di dollari con Samsung per garantire la produzione di chip IA di prossima generazione in Texas fino al 2033, affiancando inoltre Tsmc per diversificare la produzione del suo chip AI 5. Hyundai Mobis ha avviato una coalizione con oltre 20 aziende per sviluppare una filiera di approvvigionamento solida e regionale all’interno della Corea del Sud, mentre Toyota, Nissan e Honda si sono unite in un consorzio nel maggio 2024 per co-sviluppare semiconduttori avanzati e unire le forze per avere maggiore leva contrattuale con le fonderie.
Alla stregua dell’ automotive, anche la difesa fa un massiccio uso dei chip della vecchia guardia. I sistemi militari come i radar e i missili hanno cicli di vita molto lunghi e sono progettati attorno a componenti meno recenti, il che renderà molto difficile e costoso trovare pezzi di ricambio se la produzione globale si concentrerà su altri tipi di chip.
Rischio geopolitico
Qui sta il rischio geopolitico. Dato che i produttori di chip avanzati sono pochi al mondo e concentrati in Asia, tra la Corea del Sud e Taiwan, costringono i ministeri della Difesa a confrontarsi con hyperscaler globali per accaparrarsi la capacità produttiva delle pochissime fabbriche esistenti. «Le fonderie asiatiche a Taiwan (Tsmc) e in Corea del Sud (Samsung) sono gli indiscussi custodi della produzione di semiconduttori all’avanguardia. Le loro decisioni sull’allocazione della capacità determineranno direttamente quali industrie e aziende potranno attuare le proprie roadmap di prodotto», spiega il documento.
Il mercato delle reti e delle comunicazioni è l’altro settore che potrebbe finire nella tempesta, visto che rappresenta una quota massiccia dell’intero settore dei semiconduttori in Nord America, pari al 38,8 per cento. La modernizzazione delle reti dati richiede chip di memoria avanzati e processori di ultima generazione. Di conseguenza, anche le aziende di questo comparto si troveranno a competere con i giganti della tecnologia per accaparrarsi i semiconduttori necessari. Poiché le imprese di telecomunicazioni operano già in mercati iper-competitivi e con margini ridotti, l’aumento dei costi delle infrastrutture potrebbe tradursi nel rallentamento della copertura delle nuove reti o in un ritocco al rialzo delle tariffe telefoniche per gli utenti finali.
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