Non c’è svolta verde senza terre rare, fondamentali per far funzionare tutti i feticci simbolo della battaglia ecologista, dalle auto elettriche fino ai generatori delle turbine eoliche e ai componenti dei pannelli fotovoltaici. Senza terre rare addio non solo al green, ma anche a computer, smartphone e corsa allo Spazio. Un nodo che ha reso ancora più fragile il Vecchio Continente che da sempre soffre la dipendenza dall’estero per quel che riguarda le materie prime.
Ma se nel caso di gas e petrolio almeno le potenziali fonti di approvvigionamento sono numerose (cosa che comunque non ha evitato gli sconquassi provocati dalla guerra in Ucraina e dalla crisi dello Stretto di Hormuz), nel caso delle terre rare esiste un monopolista di fatto a livello globale: la Cina.
La presa di Pechino
Pechino controlla circa il 70% dell’estrazione, il 90% della raffinazione e il 95% della produzione mondiale di magneti permanenti. E l’Europa dipende quasi interamente dalla benevolenza di Xi Jinping, visto che importa il 46,8% delle terre rare dal Dragone (seguono Russia e Malesia, rispettivamente al 25,9% e al 23,1%).
Una fragilità che – alla fine – ha smosso anche la Commissione Europea, che ha messo a terra una strategia per ridurre la dipendenza dall’estero. Gli obiettivi al 2030 sono coprire almeno il 10% dei consumi Ue con estrazioni nel Vecchio Continente, riciclare il 25% dei materiali critici, diversificare le fonti di approvvigionamento e trasformare internamente il 40% del fabbisogno.
I numeri del predominio cinese
I freddi numeri del predominio cinese non sono però bastati a spezzare i riflessi condizionati alla base della protesta continua dei movimenti verdi, che mentre da un lato invocano un’accelerazione della transizione green dall’altro cercano di far saltare i progetti di estrazione in Europa. La situazione è paradossale: estrazioni sì (per mancanza di alternative) ma non nel cortile di casa mia. La famosa sindrome Nimby, “Not In My Back Yard”, ovvero “Non nel mio cortile”, che da sempre rende la costruzione di nuove infrastrutture una vera e propria Odissea.
Il riciclo
Dal punto di vista del riciclo, l’Italia ha un ruolo di primo piano, tanto che a metà giugno il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha dato il via libera per realizzare a Ceccano il primo impianto europeo su scala industriale dedicato al recupero delle terre rare da magneti permanenti provenienti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Il progetto Life 22env-it-inspiree, il cui impianto sorgerà all’interno dello stabilimento di Itelyum Regeneration, nella fase sperimentale ha consentito il trattamento di circa 20 tonnellate annue di magneti permanenti, mentre la configurazione industriale arriverà fino a 2.000 tonnellate all’anno di magneti in ingresso, con una produzione stimata tra le 500 e le 700 tonnellate annue di composti di terre rare.
Le estrazioni
Lato estrazioni, le speranze europee sono riposte nel Grande Nord: in Svezia, precisamente a Kiruna, nel 2023 la compagnia mineraria Lkab ha scoperto un maxi giacimento che potrebbe produrre oltre un milione di tonnellate di ossidi di terre rare. Un anno dopo a Fen, in Norvegia (che non fa parte dell’Ue ma partecipa al mercato unico e a Schengen), è stato localizzato un altro giacimento monstre, che potenzialmente da solo potrebbe fornire il 10% delle terre rare di cui ha bisogno tutta l’Unione Europea. I festeggiamenti però sono durati poco, visto che i progetti procedono col freno a mano. Colpa della difficoltà a trovare risorse ma anche delle proteste degli ambientalisti, contrari all’apertura delle miniere. Il cortocircuito verde è lampante: sì alle auto verdi ma solo se gli elementi necessari per le batterie vengono da lontano. D’altra parte, secondo un sondaggio di Polling Europe Euroscope rielaborato da Connact, solo il 23% degli europei è a favore delle estrazioni nel Vecchio Continente. Con lo spettro che tutto si fermi, come avvenuto con il referendum sul nucleare in Italia.
La risposta di Svezia e Norvegia
I Paesi nordici cercano di correre ai ripari, ma all’orizzonte sembra profilarsi uno stillicidio di cause. Il governo svedese ha appena dichiarato che la miniera di Kiruna – e in particolare il progetto di espansione legato al giacimento di Per Geijer – è di interesse strategico nazionale, in modo da far accelerare permessi e investimenti, ma il popolo Sami minaccia battaglia legale perché il piano intralcerebbe l’allevamento delle renne e metterebbe rischio l’equilibri ambientale dell’area. Ai Sami si sono accodate diverse Ong e associazioni ambientaliste: all’esecutivo sarà tornata in mente la dura campagna di qualche anno fa scatenata da Greta Thunberg contro la miniera di ferro di Kallak, fondamentale per poter produrre acciaio verde.
Seguendo una linea simile, il governo norvegese ha deciso di assumere il controllo diretto del processo di pianificazione del progetto Fen su richiesta delle autorità locali, visto l’aumento delle proteste di attivisti e residenti.
Il caso del Portogallo
Una partita ancora più complessa si gioca in Portogallo, a Barroso, dove è stato scoperto un maxi giacimento di litio, vitale per le batterie ma rimasto impantanato causa proteste, visto che la zona è stata dichiarata dalla Fao Patrimonio Mondiale per l’agricoltura nel 2018. La lotta degli ambientalisti è arrivata nel cuore di Bruxelles: a giugno un gruppo di Ong ha citato la Commissione presso la Corte di giustizia dell’Unione europea per contestare la decisione di classificare il progetto come «strategico». E intanto la Cina si frega le mani.
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