L’esordio di SpaceX sui mercati azionari americani è entrato, a poche settimane dall’Ipo, in un terreno ricco di insidie. Sbarcato a Wall Street con un prezzo di collocamento di 135 dollari ad azione – pari a una capitalizzazione da 1.770 miliardi di dollari – il 12 giugno, giorno della quotazione, il titolo ha toccato i 160 dollari. Ha sfondato così la soglia dei duemila miliardi, per poi raggiungere il picco record del 16 giugno di oltre 200 dollari. Ma il valore delle azioni si è quasi dimezzato rispetto ai massimi e nel momento in cui scriviamo è a 113 dollari. E tra pochissimo – il 4 agosto – l’azienda guidata da Elon Musk presenterà i suoi primi conti trimestrali.
Sarà allora, come stabilito dal periodo di Lock up che seguirà un insolito sistema a scaglioni, che gli azionisti che hanno investito prima dell’Ipo – quelli storici, i dipendenti e i fondi di venture capital – avranno l’opportunità di vendere quasi un miliardo di azioni, una quantità superiore a quella venduta al lancio della quotazione in Borsa. Ed è probabile, secondo alcuni analisti, che il mercato venga travolto da un’ondata di vendite dal momento che gli investitori di lungo corso, che hanno acquistato a prezzi stracciati anni fa, avranno finalmente la possibilità di monetizzare. Se questo scenario si materializzasse ad accusare il colpo potrebbero essere quegli investitori che hanno acquistato il titolo alla quotazione, travolti dall’euforia, ma anche i milioni di risparmiatori che si sono ritrovati il titolo di SpaceX inserito di default nei propri fondi.
Per questo motivo il mercato ha reagito fornendo nuove e fantasiose soluzioni. La società di gestione Subversive ha depositato presso la Sec la richiesta per lanciare due Etf decisamente singolari: il Nasdaq-100 Ex-Elon Enterprises e l’S&P 500 Ex-Elon Enterprises. Si tratta di strumenti pensati per replicare i due noti indici americani, escludendo però completamente dal paniere le società riconducibili al manager, nello specifico Tesla e SpaceX.
Questi nuovi strumenti «vanno letti come un piccolo laboratorio di ciò che sta diventando la gestione passiva, ovvero indici personalizzabili e costruiti per consentire all’investitore di scegliere ciò che vuole possedere, e soprattutto ciò che non vuole possedere» spiega a Moneta Alessio Garzone portfolio manager di Gamma Capital.
Sullo stato dell’iter autorizzativo dei nuovi prodotti, «al momento, Subversive ha solo depositato alla Sec la documentazione preliminare, per cui i due fondi non sono stati ancora lanciati e mancano informazioni importanti come commissioni, data di lancio e borsa di negoziazione». In termini tecnici però «si capisce che saranno Etf a gestione attiva in cui il portafoglio dovrebbe rimanere molto vicino al Nasdaq 100 e S&P 500, ma portando a zero le esposizioni alle aziende di Musk».
L’iniziativa commerciale nasce in seno all’ondata di paure che ha accerchiato l’azienda di Musk alla sua Ipo. E i motivi sono facilmente rintracciabili. A partire dall’iter normativo inedito di quest’ultima. Il Nasdaq ha infatti introdotto una procedura accelerata ad hoc che consente a nuove quotazioni di dimensioni eccezionali di essere valutate già dopo sette sedute e di entrare nell’indice dopo 15 giorni.
C’è un altro dettaglio che potrebbe alimentare i sospetti attorno a SpaceX nel breve termine. Quando scadrà il periodo di Lock up l’azienda vedrà un aumento del flottante e questo avrà un forte impatto sui fondi indicizzati, che dovranno acquistare nuove azioni della società per stare dietro al maggior peso del titolo negli indici. Così gli investitori in fondi passivi vedranno aumentare il peso di Musk nel loro portafoglio. E non per tutti potrebbe essere cosa gradita.
Guardando al valore complessivo dell’operazione, la nascita di questi particolari Etf sembra rispondere più a un’intuizione di marketing che a una reale rivoluzione del mercato dei fondi. «Va dato atto a Subversive di aver trasformato un nome divisivo in un’idea di investimento ben identificabile. Ma analizzando i numeri reali, l’impatto sui portafogli resta contenuto. Nell’S&P 500 Tesla pesa circa l’1,38 per cento e SpaceX ha un peso minimo, mantenendo l’esposizione complessiva alle società di Musk sotto il 2 per cento. Nel Nasdaq-100 la quota è più rilevante, tra il 3,6 per cento e il 3,8 per cento totale».
Escludere queste società crea uno scostamento dal benchmark, ma il capitale liberato «finisce per concentrarsi nuovamente sui soliti colossi tech come Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon e Alphabet, redistribuendo la concentrazione senza aumentare davvero la diversificazione». Una soluzione che potrebbe parzialmente soddisfare chi vuole difendersi da una quotazione imprevedibile e dai fondamentali fragili di un’azienda, ma anche una trovata pubblicitaria perspicace.
Leggi anche:
© Riproduzione riservata