Il metallo giallo prosegue la su corsa e supera la soglia dei 4.702 dollari l’oncia, sfiorando i livelli più alti degli ultimi tre mesi. Dietro questa impennata due elementi: l’ansia crescente per la sostenibilità dei conti pubblici americani e le inquietudini sull’interventismo del Tesoro Usa per frenare il costo del debito a lungo termine.
A far scattare la molla finale è stata la scelta, arrivata a sorpresa, del Tesoro americano di aumentare gli acquisti di titoli di Stato con scadenze più lunghe. Una decisione che ha fatto vacillare temporaneamente sia i rendimenti obbligazionari sia il dollaro, spingendo il denaro verso beni rifugio concreti come l’oro. La mossa è stata interpretata da molti investitori come il segnale di una tendenza a intervenire artificialmente sui mercati finanziari, alimentando i dubbi che così – alla lunga – il dollaro possa perdere di valore.
Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha lasciato aperta la porta a un ulteriore ampliamento del programma di riacquisto, annunciando che l’amministrazione presenterà a breve una proposta fiscale pensata per affrontare il peso crescente degli interessi sul debito. Ma il nervosismo dei mercati va oltre il semplice calo dei rendimenti e la paura che serpeggia spinge ad arroccarsi su beni rifugio reali anziché affidarsi al valore della valuta.
Il quadro si è fatto ancora più teso da quando il debito pubblico statunitense ha varcato per la prima volta la soglia dei 40 mila miliardi di dollari, proprio mentre il dollaro toccava i minimi da tre mesi.
A tenere alta la domanda contribuisce anche un contesto geopolitico tutt’altro che rassicurante, che continua a spingere il denaro verso beni rifugio tradizionali. Il metallo giallo ha ormai lasciato ben lontana alle spalle la soglia dei 4.000 dollari – livello che in passato aveva fatto da argine durante la fase correttiva precedente – sostenuto anche dagli acquisti costanti delle banche centrali e dal ritorno dei capitali verso gli ETF specializzati.
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