Mentre l’attenzione del mondo è rivolta sullo stretto di Hormuz, nel Mare del Nord si apre un nuovo fronte di scontro per controllare nuove rotte commerciali, alternative a Suez. La nuova via artica, infatti, sta diventando sempre più ambita dalle grandi potenze economiche. Gli Stati Uniti hanno iniziato alcune manovre, ma la Cina ha già conquistato un grande vantaggio in queste acque, confermando la sua avanzata industriale. Grande esclusa rimane invece l’Europa, che ancora una volta paga pegno della rottura con la Russia.
Cina alla conquista del Mare del Nord
La Cina ha inaugurato una nuova rotta commerciale verso l’Europa attraverso l’Artico. Questo mese la compagnia di navigazione cinese Sea Legend ha lanciato il primo servizio regolare e programmato di trasporto container lungo la Rotta Marittima del Nord russa, collegando Ningbo a Felixstowe e Rotterdam in circa 20 giorni, ovvero circa la metà del tempo necessario per la rotta abituale attraverso il Canale di Suez.
“La novità – spiega Alicia García Herrero, capo economista per l’Asia-Pacifico e il Medio Oriente presso Natixis e ricercatrice senior presso Bruegel – non sta nel fatto che una nave cinese abbia raggiunto l’Artico (Cosco aveva già effettuato traversate occasionali negli anni scorsi), ma è che il servizio opera ora con una frequenza settimanale fissa, trasformando così un esperimento in una vera e propria rotta commerciale”.
I volumi rimangono esigui: sette navi portacontainer di dimensioni modeste su una rotta aperta solo per circa quattro mesi all’anno, un volume trascurabile rispetto ai traffici del Canale di Suez, attraverso il quale passa ancora quasi un ottavo del commercio mondiale. Ma il tonnellaggio non è così cruciale, perché il vero punto è che si apre di fatto un nuovo corridoio con partenze programmabili, tariffe definite e servizi regolari che può essere integrato nelle catene di approvvigionamento. Insomma, un’opzione strategica di riserva. Ecco perché la sua attrattiva cresce man mano che le alternative si deteriorano.
Perché la Cina è avvantaggiata
Per capire il vantaggio della Cina sulla via artica, bisogna chiarire la natura di questo corridoio. La Rotta Marittima del Nord non è una via navigabile internazionale aperta. La Russia la controlla, rilasciando i permessi e riscuotendo i relativi pedaggi tramite il suo gruppo nucleare statale, Rosatom. “Washington – sottolinea l’esperta – sostiene da decenni che l’ampiezza delle rivendicazioni russe su queste acque sia incompatibile con il diritto del mare e che tali acque debbano essere considerate stretti internazionali. (…) Tuttavia, la Cina, pagando Rosatom e navigando alle condizioni russe, accetta e quindi legittima il controllo russo”.
Gli Stati Uniti tentano il recupero
Gli Stati Uniti avevano previsto da tempo questa eventualità, secondo García Herrero, e hanno preso in considerazione due modi per assicurarsi una propria rotta artica. Il primo è il Passaggio a Nord-Ovest attraverso l’artico canadese, ostacolato però da acque poco profonde e imprevedibili e da una disputa irrisolta, ovvero anche in questo caso Washington considera il passaggio uno stretto internazionale, mentre Ottawa lo considera acque interne. “L’altra opzione, più ambiziosa, – illustra l’esperta – è la Rotta Marittima Transpolare, che attraverserebbe l’Artico centrale in alto mare, al di fuori della giurisdizione di qualsiasi paese, senza richiedere l’autorizzazione di nessuno”.
Qui però l’ostacolo è la capacità. Entrambe le rotte richiedono rompighiaccio pesanti, e in questo ambito gli Stati Uniti sono molto indietro. Attualmente la Russia ne gestisce circa 45, diversi dei quali a propulsione nucleare; la Cina ne ha costruiti di propri e ne sta aggiungendo uno a propulsione nucleare. Ancora la scorsa estate, gli Stati Uniti disponevano di un solo rompighiaccio pesante operativo e di uno medio. Ecco perché recentemente hanno firmato un contratto da 6,1 miliardi di dollari per la costruzione di rompighiaccio in Finlandia.
I rischi all’orizzonte
Dall’analisi di García Herrero emergono dei rischi da non sottovalutare. Innanzitutto, sul piano geopolitico con un nuovo fronte di scontro che si potrebbe aprire nel Mare del Nord tra le grandi potenze economiche: da una parte Stati Uniti ed Europa, dall’altra Russia e Cina. Senza dimenticare la questione Groenlandia, che potrebbe tornare presto in primo piano.
Sul piano economico e finanziario, è evidente l’avanzata industriale della Cina. “Il suo vantaggio nella costruzione navale, così come nei droni, nelle batterie e in molte altre tecnologie che possono essere prodotte su larga scala, rappresenta il vero terreno di scontro, ed è proprio qui che gli Stati Uniti stanno perdendo terreno”, conclude García Herrero. Per gli Usa, e ancor più per l’Europa, la lezione non riguarda tanto l’Artico in sé, bensì come “la capacità industriale sia diventata il fattore decisivo di questa competizione e, una volta persa, non può essere recuperata rapidamente”.
Da ultimo, anche possibili rischi ambientali, derivanti dal passaggio di ulteriori navi mercantili e petroliere, ma anche dall’impiego dei rompighiaccio. Questi ultimi infatti richiedono una grandissima potenza per avanzare nei mari ghiacciati, generando elevate emissioni di gas serra che accelerano lo scioglimento. Mentre l’apertura di canali nel pack altera la stabilità del ghiaccio, utilizzato da specie come gli orsi polari e le comunità locali per gli spostamenti e la caccia.
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