Lo stabilimento Beko di Melano, a Fabriano (Ancona), si fermerà completamente per sei giorni, dal 23 al 30 settembre. Per l’intero mese l’azienda farà ricorso alla cassa integrazione, con una capacità produttiva che verrà portata al 60 per cento circa. La perdita di volumi produttivi mette a rischio la tenuta del budget previsto per l’inizio del 2026 (poco più di un milione di pezzi). Il rischio è di scendere sotto una soglia ritenuta strutturale. A preoccupare è anche il forte rallentamento del settore induzione, da sempre indicato come il vero fulcro dello sviluppo futuro di Melano, a cui si aggiunge la mancanza di investimenti ritenuti indispensabili per l’innovazione dei processi e il lancio di nuovi prodotti.
Quella di Beko è solo l’ultimo capitolo di una vicenda che si trascina da tempo e che affonda le radici in una più ampia trasformazione del settore dei grandi elettrodomestici, un tempo pilastro della manifattura italiana capace di tenere insieme distretti produttivi, competenze tecniche e indotto.
Il punto di svolta risale al 2014, quando Whirlpool rileva Indesit dalla famiglia Merloni. Dieci anni dopo, nel 2024, Arçelik e Whirlpool danno vita a Beko Europe, società controllata dalla turca Arçelik, in cui confluiscono anche gli ex stabilimenti italiani Whirlpool. In un decennio, l’Italia passa dall’avere un’eccellenza nazionale dell’elettrodomestico a dover contrattare, sito per sito, la propria sopravvivenza all’interno di una multinazionale.
Sempre nel 2024 l’azienda presenta un piano da 1.935 esuberi, con la chiusura di tre stabilimenti: Siena, Comunanza e la linea del freddo di Cassinetta. Il piano viene però respinto al tavolo ministeriale, dove il golden power viene usato come leva negoziale, aprendo una lunga trattativa. Nell’aprile 2025 si arriva a un accordo che riduce gli esuberi sotto quota mille, da gestire con strumenti volontari e incentivati; nello stesso accordo l’azienda si impegna a investire 300 milioni di euro per riorganizzare e rilanciare le attività italiane.
A gennaio, però, gli operai dello stabilimento di Cassinetta di Biandronno (Varese) scioperano per chiedere il rispetto di quegli accordi e un cambio di passo sul piano industriale: il sito, che avrebbe dovuto avere un ruolo centrale nella produzione dei forni a incasso, registra nel 2025 un calo dei volumi di circa il 30% rispetto all’anno precedente. Il 7 maggio arriva un altro segnale critico da Fabriano: Beko comunica lo stop, dal 21 maggio al 2 giugno, della linea elettrica dei piani a induzione a Melano, che coinvolge circa 400 lavoratori mandati in cassa integrazione e comporta, secondo i rappresentanti sindacali, una perdita stimata di circa 2 mila piani a induzione al giorno, una decisione che pesa ancora di più perché arriva poco dopo un incontro al ministero in cui era stata segnalata una lieve ripresa produttiva per il sito.
Due settimane prima della nuova denuncia sindacale, nel corso di un incontro di aggiornamento a Palazzo Piacentini sulla vertenza Beko Europe in Italia, l’azienda aveva confermato gli impegni presi, riferendo di aver già destinato circa 110 milioni di euro agli stabilimenti italiani nell’ambito del piano da 300 milioni concordato un anno prima e per il sito di Siena veniva confermato il proseguimento del percorso di reindustrializzazione. Il gruppo aveva però riconosciuto anche la fase difficile attraversata dal mercato, penalizzato dall’indebolimento del potere d’acquisto dei consumatori – eroso dall’inflazione e orientato verso prodotti più economici – e da una concorrenza estera crescente. Un quadro confermato dai dati delle associazioni europee di settore, secondo cui negli ultimi anni nell’Unione hanno perso il lavoro 20 mila persone, mentre proprio in questi giorni anche Electrolux ha annunciato altri 1.700 tagli.
La nuova chiusura totale annunciata per fine settembre conferma, più che smentire, le preoccupazioni emerse nei mesi precedenti. Il problema, di fatto, si muove su tre piani che restano tutti aperti. Il primo riguarda i volumi: se una linea centrale per lo stabilimento arriva a perdere migliaia di pezzi al giorno durante gli stop, è un segnale chiaro di una domanda o di una programmazione produttiva ancora debole. Il secondo riguarda gli investimenti: le risorse annunciate dovrebbero tradursi in nuovi prodotti e obiettivi concreti e misurabili, ma le fermate ripetute non vanno certo in questa direzione. Il terzo è occupazionale: senza continuità produttiva, gli ammortizzatori sociali rischiano di diventare una soluzione tampone che rimanda soltanto di qualche mese risposte più drammatiche.
Resta aperta, insomma, la domanda di fondo: se l’Italia continuerà a rappresentare un tassello strategico nella manifattura europea di Beko, o se diventerà progressivamente un luogo dove ridurre capacità produttiva e costi. In assenza di politiche europee mirate, la produzione comunitaria di elettrodomestici sembra avviata verso un lento ridimensionamento, una traiettoria già vista in altri comparti, dal tessile al legno-arredo. Nel frattempo, comunità come Fabriano, cresciute attorno a questa industria, vedono assottigliarsi le proprie prospettive economiche e sociali, mentre una parte crescente della popolazione in età lavorativa – soprattutto tra i più giovani – resta ai margini di un lavoro industriale che per decenni ha scandito la vita di questi territori.
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