L’Italia si ritrova oggi bloccata in una singolare paralisi competitiva: pur registrando numeri record sui mercati internazionali, continua a faticare nell’attirare risorse e capitali per il futuro. È questa la contraddizione centrale che emerge dal Global Attractiveness Index 2026 elaborato da TEHA Group. Se da un lato il nostro Paese mostra una tenuta, confermandosi al diciassettesimo posto su 146 economie con un punteggio in crescita a 62,1 punti e un recupero di cinque posizioni dal 2022 a oggi, dall’altro la concorrenza internazionale sta correndo a una velocità del tutto inaccessibile per il sistema nazionale.
Mentre l’Europa mostra segnali diffusi di affanno, con la Germania che scivola al quarto posto, la Francia che arretra al decimo e il Regno Unito che stagna, il baricentro dell’economia mondiale si sposta vertiginosamente verso l’Asia. Gli Stati Uniti difendono la vetta assoluta della classifica, ma sentono la pressione di una Cina in costante espansione, arrivata a oltre 93 punti. Lo scatto più significativo lo compie però Singapore, che guadagna quattordici posizioni e sale sul podio superando la Germania, mentre l’India accelera la propria corsa affiancando l’Irlanda. In questa nuova geografia dello sviluppo, l’Italia riesce a recuperare margine sui partner europei tradizionali, ma finisce per essere distanziata dai nuovi poli dinamici globali.
Questa spinta asiatica coincide con un cambio radicale delle variabili che rendono attrattivo un Paese. Ai fattori tradizionali come capitale, infrastrutture e competenze, si sono infatti affiancati la resilienza delle catene di approvvigionamento e la sicurezza energetica. Le tensioni geopolitiche e le recenti crisi lungo le rotte marittime dello Stretto di Hormuz hanno riportato il costo e la disponibilità dell’energia al centro delle decisioni strategiche delle multinazionali. Per un’economia manifatturiera e forte importatrice come quella italiana, la dipendenza energetica torna così a rappresentare un severo limite competitivo.
In questo scenario globale, la performance italiana appare fortemente contraddittoria. Da un lato le imprese dimostrano una straordinaria forza penetrativa, portando l’export al record storico di 643 miliardi di euro grazie a un quarto posto mondiale per diversificazione geografica e a una spinta del sette per cento sul mercato americano a dispetto delle barriere doganali. A questo si aggiungono l’ottavo posto nell’innovazione e il massimo storico degli occupati, che hanno superato quota 24,3 milioni. Dall’altro lato, però, questa vitalità commerciale non si traduce in attrazione di capitali dall’esterno: nel 2025 i flussi di investimenti diretti esteri verso l’Italia sono crollati del 27 per cento, seguendo la contrazione generale di Francia e Spagna ma in controtendenza rispetto alla Germania.
Ma la crescita dell’occupazione nasconde un grave arretramento di venti posizioni nella produttività totale dei fattori, che spinge il Paese al sessantaduesimo posto per efficienza complessiva. A pesare sulle prospettive delle famiglie interviene poi l’erosione del potere d’acquisto, causata da un’inflazione che tra il 2021 e il 2025 è salita di quasi il 16 per cento a fronte di salari medi cresciuti di neanche il 10 per cento.
L’elemento più critico dell’intera rilevazione riguarda tuttavia la capacità dell’Italia di progettare il domani, testimoniata da un modesto settantaseiesimo posto globale nell’orientamento al futuro. Si tratta del valore più basso tra i Paesi del G7, che colloca l’Italia, insieme alla Spagna, tra i fanalini di coda delle prime venti economie mondiali. A determinare questa debolezza sono l’invecchiamento demografico, l’impatto della burocrazia, i rischi di ritardo nell’attuazione del Pnrr e soprattutto un profondo mismatch nel capitale umano. Il divario tra sistema formativo e mercato del lavoro si è ulteriormente allargato, rendendo introvabile quasi la metà delle figure professionali ricercate dalle aziende. Il Paese attrae pochissimi laureati dall’estero e non riesce a trattenere o valorizzare i propri giovani talenti.
Per invertire la rotta e rassicurare i grandi investitori internazionali, il rapporto suggerisce una precisa direzione di marcia.Diventa indispensabile una rifocalizzazione della politica industriale, accompagnata dalla semplificazione amministrativa, dal potenziamento delle infrastrutture e delle competenze digitali e da una maggiore diversificazione delle reti commerciali. Senza interventi strutturali su questi fronti, il rischio per l’Italia è di continuare a migliorare le proprie performance individuali mentre il resto del mondo viaggia a un ritmo decisamente superiore.
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