La nuova Mps è un gruppo gemello, anche se più piccolo, di Intesa Sanpaolo. Da quando l’istituto senese ha completato la scalata a Mediobanca, la sua attrattiva è aumentata agli occhi del gruppo guidato da Carlo Messina. Quest’ultimo, in passato, non aveva mai affondato il colpo su Rocca Salimbeni: un’acquisizione avrebbe comportato rinunce importanti sul fronte delle filiali per motivi di concorrenza. Poi, però, la storia è cambiata. Oggi acquisire Mps non è più solo una questione di filiali, ma vuol dire fare propria una delle maggiori banche d’investimento italiane (Mediobanca), una delle più rilevanti insegne di credito al consumo (Compass), togliere dalla lista dei concorrenti una realtà emergente della consulenza finanziaria (Mediobanca Premier) e ricevere in dote la quota del 13,2% del primo gruppo assicurativo italiano: Generali.
E poi, sì, ci sono anche le filiali: 625 sportelli Mps in più che, insieme con quelli di Mediobanca, porterebbero la rete italiana verso quota 3 mila. Non sportelli bancari qualsiasi, però: 126 in Lombardia, 134 in Toscana, 81 in Veneto e 66 in Emilia-Romagna, i restanti 218 nel resto d’Italia. Una dote che, salvo stravolgimenti in sede Antitrust, porterebbe a un salto di qualità in alcune delle regioni italiane più ricche. La cessione di 635 filiali a Unipol lascerebbe a Intesa attività che generano circa l’80% dei profitti di Mps-Mediobanca.
le risposte agli azionisti
A questo punto, affrontare «i casini dell’integrazione», come ebbe a dire una volta lo stesso Messina, può diventare conveniente. Nelle risposte agli azionisti per l’assemblea sull’aumento di capitale, Intesa ha sottolineato le sinergie, ovvero i vantaggi dell’operazione, stimati in 2,9 miliardi annui ante imposte a regime nel 2029: 1,4 miliardi di maggiori ricavi e 1,5 di minori costi. L’obiettivo è raggiungere utili superiori ai 16 miliardi: una prospettiva allettante per gli azionisti. Le distribuzioni previste nel 2025-2029 salirebbero a circa 61 miliardi, 11 in più di quelli già indicati da Ca’ de Sass. Nascerebbe un gruppo di scala europea, ma fortemente italiano: un campione capace di rafforzare il presidio nazionale su Generali, scrigno del capitalismo di casa nostra che a più riprese è stato al centro di guerre tra azionisti e di progetti internazionali, come quello, poi tramontato, di aggregazione del risparmio gestito con Natixis.
A cose fatte, le scalate estere potrebbero diventare più difficili, con sollievo della politica, considerando gli altri soci italiani: da Delfin a Caltagirone, oltre all’8,8% di Unicredit. Un equilibrio possibile, pur senza garanzie di concordia tra i soci: del resto, eventuali accordi commerciali con Intesa e Unicredit potrebbero accrescere i ricavi di Generali, con soddisfazione delle parti e meno incentivi a guerre di governance che distolgono dal business.
La mossa ha senso anche in prospettiva: se veramente, come ha sostenuto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, entro fine anno si faranno passi avanti sull’Unione del risparmio e degli investimenti, il risiko bancario-assicurativo potrebbe assumere una dimensione più europea. C’è poi il confronto sui limiti al golden power nazionale. Occorre quindi farsi trovare pronti. Mps-Mediobanca insieme potrebbero rimanere una preda alla portata dei maggiori concorrenti; con Intesa di mezzo una scalata diventerebbe più impegnativa: le dimensioni del nuovo gruppo offrirebbero una protezione, senza affidarsi soltanto al golden power, strumento che rischia di generare attriti in Europa.
Sul lato del business il maxi gruppo avrebbe oltre 27 milioni di clienti e punterebbe a 2 mila miliardi di attività finanziarie della clientela nel 2029. Il salto maggiore sarebbe nei soldi che passano dalla banca: sui dati 2025, al netto delle cessioni previste, i finanziamenti alla clientela crescerebbero da 425 a 526 miliardi, la raccolta diretta bancaria (conti correnti, depositi e obbligazioni emesse dalla banca) da 600 a 711 miliardi. Le quote di mercato italiane arriverebbero rispettivamente al 24% e al 25%. Un quarto del mercato della raccolta diretta bancaria nelle mani di un solo gruppo.
Il cuore del disegno rimane però il risparmio. La raccolta indiretta (risparmio gestito e amministrato, tra cui fondi, gestioni patrimoniali, titoli di Stato e azioni) salirebbe da 845 a 988 miliardi, di cui 649 di risparmio gestito contro i 562 di Intesa. I private banker e i consulenti finanziari diventerebbero oltre 9 mila, dai circa 7 mila di Intesa: una rete in crescita del 29% e oltre il target autonomo di 7.500 al 2029. Fideuram e Intesa Sanpaolo Private Banking si affiancherebbero alle competenze di Mediobanca, da Premier a Cmb Monaco, mentre Widiba porterebbe la propria rete. Il tema qui è massimizzare i ricavi da commissioni, riducendo la dipendenza dal margine d’interesse. Un’attività che può offrire solide marginalità in un Paese dal risparmio privato imponente, pur restando esposta ai mercati e alle scelte dei clienti.
Si è già detto della quota in Generali detenuta da Mediobanca, indicata come investimento azionario, che diversificherebbe le fonti di reddito, affiancando i risultati assicurativi a quelli bancari.
L’altro motore sarebbe Mediobanca. Nel corporate e investment banking i ricavi combinati salirebbero da circa 4,8 a 5,9 miliardi, il 23% in più, superando il target autonomo di 5,6 miliardi al 2029. Le commissioni peserebbero per circa il 30%, contro il 27% di Intesa. Le competenze si incastrano: nelle classifiche italiane 2025 per valore delle operazioni, Mediobanca era seconda nelle fusioni e acquisizioni e Imi quindicesima; sul mercato dei capitali di debito Imi era seconda e Mediobanca decima. Con Compass, poi, Intesa diventerebbe prima nel credito al consumo, con il 23% dei finanziamenti in essere in Italia. Le nuove erogazioni annue combinate passerebbero da 4,3 a 14,5 miliardi, ben oltre i 6,6 previsti dal piano autonomo.
Un’ottima base, quindi, sia nel caso in cui il mercato bancassicurativo rimanga prevalentemente nazionale, sia in quello di un prossimo campo da gioco di dimensione europea. Guardando al dato della valutazione in Borsa del combinato Intesa Sanpaolo-Montepaschi, il valore sarebbe superiore ai 150 miliardi. L’operazione, intanto, nella giornata di giovedì 10 settembre ha ricevuto il via libera dall’assemblea straordinaria degli azionisti di Intesa con il 96%: termometro di come ci sia un apprezzamento diffuso tra i soci della prima banca italiana
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