L’attualità racconta una storia di crescente complessità per il sistema energetico: da una parte una domanda in aumento, alimentata anche da nuove esigenze industriali; dall’altra un’offerta esposta a rischio maggiori, tra tensioni geopolitiche ed eventi climatici estremi. Ecco allora che al posto del concetto di transizione energetica – intesa come rigida sostituzione delle fonti tradizionali a favore di quelle rinnovabili – si fa sempre più strada quello di integrazione energetica, un modello in cui molecole ed elettroni lavorano insieme per garantire al sistema il massimo livello possibile di affidabilità ed efficienza.
Lo ha dimostrato anche la recente ondata di calore di questa estate: mentre i consumi elettrici aumentavano per il maggiore ricorso ai climatizzatori, in Italia la produzione idroelettrica diminuiva del 17% a luglio, rendendo indispensabile il ricorso alla generazione termoelettrica a gas, cresciuta del 7%, oltre all’importazione di energia nucleare francese. Un esempio concreto di come l’integrazione tra fonti diverse sia fondamentale per garantire continuità e affidabilità al sistema.
Una dinamica simile si è verificata anche in Germania, dove a giugno il fenomeno della Hitzeflaute – una sorta di “bonaccia calda” caratterizzata da condizioni che riducono la produzione eolica – si è combinato con una forte domanda di elettricità alimentata dall’uso dei climatizzatori. Qualcosa di analogo era già accaduto negli inverni recenti con la cosiddetta Dunkelflaute, cioè l’assenza contemporanea di sole e vento. Non sorprende, quindi, che il 2025 abbia fatto registrare una domanda mondiale di gas ai massimi storici, secondo l’ultimo Global Gas Report, e che una dinamica analoga sia attesa anche per quest’anno.
Di fronte a un fabbisogno energetico in continua crescita e sempre più variabile, il gas rappresenta infatti una fonte programmabile, in grado di offrire risposte immediate e flessibili alle variazioni della domanda. In altre parole, quanto più le rinnovabili aumentano la propria presenza nel mix energetico, tanto maggiore diventa la necessità di disporre di fonti e infrastrutture capaci di intervenire per assicurare continuità alle forniture.
Si arriva così a un punto spesso sottovalutato, se non addirittura ignorato: in un sistema energetico sempre più elettrificato, decarbonizzato e dipendente da fonti variabili, la capacità disponibile assume un valore fondamentale anche quando non viene effettivamente utilizzata. È un valore strettamente legato al concetto di “assicurazione energetica”. Margini di riserva, ridondanza infrastrutturale e alternative pronte ad attivarsi non rappresentano necessariamente inefficienze, bensì condizioni di stabilità che rendono un Paese più sicuro e meno esposto agli shock. Per questo la capacità disponibile deve essere riconosciuta e valorizzata, così da continuare a incentivare gli investimenti necessari a garantirla. Non si tratta di costruire un percorso alternativo o contrapposto alla decarbonizzazione, ma di integrarlo, rafforzando la sicurezza energetica nazionale.
Non è però soltanto una questione di sicurezza. Anche la competitività industriale passa da qui. Negli ultimi anni, la disponibilità di forniture energetiche affidabili e competitive è tornata a essere un fattore determinante per attrarre investimenti, sostenere la produzione e preservare l’autonomia strategica. Le crescenti richieste di allacciamento alla rete da parte dei data center, estremamente energivori, ne sono una dimostrazione. Si tratta, prima di tutto, di una sfida infrastrutturale: se il sistema energetico saprà dimostrarsi sufficientemente ricettivo, solido e affidabile, anche l’Italia potrà intercettare una parte degli investimenti del comparto tecnologico.
In questo quadro, il nucleare – fra vecchi impianti esistenti che nella calda estate europea sono stati chiusi per mancanza d’acqua utile a raffreddarli e reattori di nuova generazione che richiedono ancora tempo per essere sviluppati – rappresenta una soluzione potenzialmente praticabile, ma non ancora pronta all’uso. Il gas, invece, è già disponibile e può offrire, oggi e nel prossimo futuro, un contributo importante.
Un percorso di integrazione energetica può dunque – come anche ribadito in più occasioni dall’ad di Snam, Agostino Scornajenchi – sostenere la competitività economica e produttiva senza mettere in discussione il processo di decarbonizzazione. Le stesse infrastrutture oggi utilizzate per il trasporto del gas possono, infatti, essere impiegate per veicolare molecole a minore intensità carbonica, come il biometano, e supportare soluzioni innovative come la cattura e lo stoccaggio della Co2.
Sicurezza energetica, competitività industriale e decarbonizzazione non sono obiettivi alternativi, ma traguardi che possono essere perseguiti insieme attraverso l’integrazione e la cooperazione tra fonti, tecnologie e infrastrutture.
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