Mercati sui massimi nonostante guerre, caro-energia e una politica monetaria tornata restrittiva. È il paradosso con cui si confrontano oggi gli investitori, chiamati a muoversi in uno scenario in costante cambiamento. Per Pietro Giuliani, presidente di Azimut Holding, la tenuta delle Borse trova più di una spiegazione, a partire dai profitti societari record.
Ingegnere, quest’anno abbiamo assistito a ripetuti shock internazionali ma le Borse hanno retto, anzi sono sui massimi. Cosa guida gli investitori?
«La ragione risiede nel fatto che gli utili societari stanno salendo a ritmi più elevati rispetto al passato. A questo si aggiunge la crescente presenza di investitori retail che operano su logiche di breve termine e rappresentano una forza sempre più importante nel determinare i prezzi. La loro operatività può portare a distorsioni nella capacità di pricing del mercato. Per questo oggi, ancora più che in passato, la gestione attiva è fondamentale: un investitore professionale sa riconoscere i rischi. Infine, gli algoritmi tendono a replicare per il futuro quello che hanno già visto, muovendosi sul momentum, e non necessariamente tengono conto di tutti i rischi».
La principale minaccia arriva dal caro-energia che a cascata influisce sull’inflazione. Quali contromisure?
«I prezzi della maggior parte delle materie prime energetiche salgono perché con lo Stretto di Hormuz bloccato è andata sparendo una quota importante dell’offerta. Non si può sapere quando finirà in quanto è squisitamente una questione geopolitica. Non c’è niente di terribile e davanti a una situazione che muta ogni giorno è necessario che il portafoglio si adatti e sia il più diversificato possibile per asset class, paesi, settori e tipologie di rating, rendendolo resiliente a qualunque shock».
Come costruire un solido portafoglio anti-inflazione?
«L’inflazione porta in dote tassi più alti senza fare distinzione tra debitori buoni e cattivi, creando così opportunità per chi fa gestione attiva. In questo il nostro Paese sta dimostrando di essere un debitore buono cosa che anche i valori dello spread con la Germania stanno riconoscendo. In questo momento consigliamo quindi di aumentare leggermente e progressivamente la componente obbligazionaria perché magari il rialzo dei tassi può durare ancora qualche mese. Il mercato sta facendo di tutta l’erba un fascio e questo comportamento crea opportunità di investimento per chi sa selezionare i debitori buoni. Vale sia per i titoli sovrani che per i corporate».
In questi anni Piazza Affari ha fatto la voce grossa, sovraperformando anche rispetto a mercati ben più blasonati. Tanti italiani continuano però a evitare le azioni e lasciano montagne di liquidità sui conti correnti.
«Segnali positivi non mancano per il nostro Paese. Da anni abbiamo consigliato ai nostri clienti di aumentare l’esposizione azionaria e sull’economia reale e questa scelta ha pagato, aiutando a evitare gli errori tipici della finanza comportamentale, come vendere durante le recenti fasi di volatilità. Sicuramente vanno tolti i soldi dal conto corrente perché con alta inflazione si perde potere d’acquisto. Vanno cercate opportunità sia su mercati pubblici che su quelli privati. Un mix di questi investimenti permette di guadagnare più dell’inflazione».
Che ne pensa della proposta di sgravio fiscale per chi mantiene l’investimento in Borsa per almeno cinque anni?
«Sicuramente si tratta di un’ottima idea, vanno benissimo i cinque anni che danno sufficienti probabilità di guadagno per chi ha avuto esperienze negative in passato o è refrattario a prendere azioni. Aggiungo però che parallelamente il grosso lavoro lo devono fare gli intermediari, chi sta allo sportello delle banche e i consulenti finanziari, parlando con i clienti e convincendoli con argomentazioni solide».
Quali soluzioni per veicolare più capitali verso le Pmi?
«L’Italia brilla come qualità e numerosità di Pmi e quindi è un’ottima opportunità di investimento. Faccio il nostro esempio. Nel 2014 abbiamo iniziato il percorso sugli investimenti in economia reale e dopo alcuni anni abbiamo cominciato a proporla anche ai nostri investitori retail, è un lavoro lungo e faticoso, ma è importante portarlo avanti con forza. Bisogna spiegare alle persone che parte dei loro soldi ha senso destinarli all’economia reale. Così si aumenta molto il rendimento del portafoglio».
Le fintech avanzano con prepotenza, una sfida per le banche tradizionali così come per il risparmio gestito.
«Le banche stanno tagliando i costi chiudendo sportelli e riducendo il personale. Di contro le Revolut di turno non hanno il macigno di questi costi e si possono permettere di remunerare i conti correnti, portando via depositi e clienti. Le banche stanno sottovalutando i rischi di questa tendenza».
Comunque le banche macinano utili record.
«Oggi c’è un beneficio che deriva dal divario tra la liquidità non remunerata sui conti e i tassi che la Bce riconosce sulla raccolta, in prospettiva però la minaccia competitiva è concreta. Se il cliente sofisticato con maggiori patrimoni non mette in mano milioni a un intermediario sulla base di proposte digitalizzate, il piccolo risparmiatore è invece attratto dai tassi sui depositi, da soluzioni semplici e immediate. Bisogna quindi attivare le contromosse. Motivo per cui noi abbiamo promosso TNB, una banca che nascerà fintech di cui deterremo il 19,9%. Un operatore italiano volto per contrastare l’avanzata degli stranieri sul nostro mercato, con la combinazione digitalizzazione estrema e presenza di consulenti finanziari per i clienti con patrimoni più importanti. In futuro anche le banche tradizionali dovranno fare lo stesso altrimenti si rimane su rendite di posizione che con il tempo verranno erose pesantemente. E non penso 10 anni, direi meno di cinque».
Il settore investe abbastanza sull’IA?
«Se parli con i capi d’azienda ti rispondono sì, scendendo nella piramide invece vedi che sta cambiando poco anche se da anni dicono che bisogna cambiare. Parlo di cambiamento piuttosto che investimento perché i problemi non sono i soldi stanziati ma la testa delle persone. L’IA cambierà il modo di stare sul mercato e quindi come intermediario o ne trarrai beneficio oppure si rischia di rimanere esclusi. In Azimut stiamo facendo investimenti enormi sull’IA perché sappiamo che in questo modo acquisisci un vantaggio competitivo. Solo se sei disponibile al cambiamento e fai entrare l’IA nei tuoi processi ne trarrai beneficio a livello di performance e riduzione dei costi, altrimenti non sopravviverai. I piccoli risparmiatori con l’IA potranno accedere al mondo degli investimenti in maniera più agile, quelli più sofisticati si serviranno ancora dell’intermediario, che in maniera ibrida, ossia IA più professionista, riuscirà a gestire al meglio i grandi patrimoni».
La componente umana nella consulenza non è quindi a rischio?
«È come per la medicina. Tutti usano ChatGpt quando hanno dei sintomi di malessere, ma se la malattia poi risulta seria si va dal dottore; vedere un professionista che sa curarti e rassicurarti è un elemento essenziale. Dopo la salute la seconda cosa più importante è il risparmio, se hai da parte una discreta quantità di soldi non la lascia in mano agli algoritmi. Il consulente in carne e ossa è una figura imprescindibile. Questo a mio avviso non cambierà mai, salute e risparmi non si possono delegare completamente alla macchina».
Lato risparmio gestito come vede l’attuale fase di risiko?
«È in atto un cambio di equilibri di potere della grande finanza in Italia, ma questo non ha a che vedere con lo sviluppo industriale dove il cambiamento è ancora limitato. Visto che una grande componente degli utili e ricavi delle banche è data dal risparmio gestito, se vogliamo evitare di farci portare via i nostri risparmi dagli stranieri va creato un polo tricolore. Lo possiamo fare e non riesco a immaginarlo senza Azimut, perché siamo l’unica realtà italiana che gestisce in tempo reale in tutto il mondo i soldi degli italiani. Gli altri li gestiscono con accordi con player stranieri. Credo che chiunque voglia promuovere un polo del risparmio gestito dovrebbe inserire noi».
Con quali modalità?
«Non ho pretese di governance, mi accontento del 10% e partecipo come partner tecnico, lavoro per tutto il sistema nazionale, invece di far guadagnare un partner straniero. Sarebbe un win win per tutti, partendo da clienti, paese e operatori. I mille miliardi di dimensione degli asset sono facilmente raggiungibili se includi Generali e sei nella top 20 degli operatori mondiali, restando italiano. Ma si può fare di più andando a coinvolgere vari operatori».
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