Il risiko bancario vive una nuova ondata, con Intesa Sanpaolo che è sempre più vicina ad acquisire Mps. Ci sono altri riassetti minori in corso, mentre Unicredit e Crédit Agricole potrebbero fare presto nuove mosse per radicarsi ancora di più in Italia. Il pezzo pregiato, ovviamente, è Banco Bpm, istituto per il quale presto potrebbe riaccendersi la partita. Ma come si è trasformato il settore in questi anni?
Molto è stato fatto se si ritorna al 2019, ovvero l’anno precedente alla grande acquisizione bancaria di Intesa su Ubi Banca. Il mondo bancario è cambiato tanto negli ultimi anni, con differenti forze che hanno agito sul settore: in primis, la digitalizzazione ha cambiato il modo di fare banca rendendo superfluo un gran numero di sportelli. L’impatto dei crediti deteriorati risalente ormai a 15 anni fa ha portato la Banca centrale europea a fare pressioni per criteri più rigorosi nella concessione del credito, più accantonamenti e a spingere per avere banche più grandi e resilienti agli choc. Le stesse banche, dal canto loro, hanno lavorato per cambiare il loro modello di business, meno prestiti alle imprese e la ricerca di più commissioni per la gestione del risparmio. Oggi siamo di fronte a uno scenario completamente cambiato, frutto anche delle razionalizzazioni di filiali che sono coincise con le principali operazioni bancarie.
I nuovi assetti
Uno dei gruppi cresciuti di più è Bper Banca, che ha oggi come azionista di riferimento il gruppo assicurativo Unipol. Una storia nata proprio nel 2019, con l’acquisizione di Unipol Banca. Il gruppo oggi guidato da Gianni Franco Papa nel 2021 ha poi acquisito 486 filiali, prendendole da Intesa Sanpaolo dopo la grande scalata del 2020 su Ubi Banca. Nel 2022 è poi arrivato il turno dell’acquisizione di Carige, poi della Popolare di Sondrio nel 2025 e oggi Bper ha la chance di acquisire, tramite la fusione con la newco Banca Montepaschi, 635 filiali ancora da Intesa (se il gruppo guidato da Carlo Messina porterà a termine l’acquisto di Mps). Il Crédit Agricole Italia, che ora vorrebbe mettere le mani sul Banco Bpm, cinque anni fa acquistava il Credito Valtellinese. Tra le operazioni più significative anche quella di Mps su Mediobanca e di Illimity da parte di Banca Ifis.
Intesa Sanpaolo e Unicredit
Il nuovo assetto dettato dal risiko, insieme ad altre forze in atto, ha contribuito a plasmare uno scenario molto diverso con due banche, Intesa Sanpaolo e Unicredit, a capitalizzare ben oltre i 100 miliardi di euro. Proprio l’istituto guidato da Andrea Orcel, dopo aver fallito la scalata a Banco Bpm, ha poi concentrato le forze su Commerzbank. Anche se sono molti gli analisti a scommettere su un’operazione in Italia. Il consolidamento – e la felice congiuntura sui tassi – ha creato gruppi più grandi e patrimonializzati, capaci di resistere meglio agli choc e già pronti per una nuova ondata di risiko europeo.
I finanziamenti alle imprese
Un’interessante fotografia la fornisce la Banca d’Italia, che ogni anno nella sua relazione fornisce i dati del settore bancario italiano ai raggi X. Non deve sorprendere che dalla Germania (lo si è visto con la scalata di Unicredit a Commerzbank) all’Italia (si vedano i casi Unicredit-Bpm e Intesa-Mps) governi e ministri non perdano occasione per sottolineare quanto sia importante che venga mantenuto lo stesso livello di credito alle imprese e il legame con i territori. Un’azienda che non riesce a ottenere un finanziamento per fare un investimento o per pagare un debito (magari con il Fisco) significa mancata crescita o mancato introito per lo Stato. E se poi questa chiude, le ricadute sono anche occupazionali. Le stesse banche hanno interesse a operare in un’economia florida, ma devono tutelarsi per non trovarsi a dover gestire tonnellate di crediti deteriorati. Sta di fatto che gli istituti, nel 2019, avevano prestiti alle imprese italiane per oltre 708 miliardi di euro; a fine 2025 l’ammontare era poco oltre i 670 miliardi. Un calo dell’importo nominale del 5,3%, ma che è molto più consistente se si conta che nel 2019 – per effetto dell’inflazione – 708 miliardi avevano un potere d’acquisto molto superiore. È aumentato il credito al consumo, a 131,2 miliardi (+20,1 miliardi rispetto al 2019), e quello per l’acquisto di abitazioni, a 440,5 miliardi (+15,1%). Il totale dei prestiti alle famiglie consumatrici è salito a 612,8 miliardi. Tutti dati, però, che al netto dell’inflazione risultano stabili o comunque in calo.
I ricavi
Guardando poi l’incidenza sui ricavi, l’anno scorso il sistema bancario ha ottenuto 59,90 miliardi di entrate dal margine d’interesse, ovvero la differenza tra gli interessi attivi per i prestiti concessi e quelli passivi dovuti al costo della raccolta di capitale. Rispetto al 2019, è in crescita della bellezza di 19,8 miliardi. Questo si è verificato grazie ai corposi rialzi dei tassi d’interesse, dal momento che prima della pandemia erano sostanzialmente a zero (se non negativi), mentre con l’arrivo dell’inflazione sono stati alzati a livelli molto più alti (oggi il tasso della Bce sui depositi è al 2,50% e potrebbe salire ancora). Sono cresciuti anche gli introiti da commissioni, passati da 31,1 a 35,8 miliardi tra il 2019 e il 2025. In linea generale, però, è da osservare che l’incidenza dei costi sui ricavi è diminuita: andando a vedere proprio il rapporto tra costi e ricavi si osserva che questo è sceso dal 65,5% al 52,4%.
Più consulenti
In questo ha giocato un ruolo significativo un altro importante fenomeno che si è verificato in questi anni, favorito anche dal risiko bancario che ha lo scopo di trovare sinergie ed efficienze. Si tratta della diminuzione delle filiali bancarie, passate nel frattempo da 24.312 a 19.140. Ne è sparita una su cinque. Sono scomparsi dal libro paga 25.300 bancari. Nello stesso periodo di tempo, i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede attivi (per intenderci, gli ex promotori finanziari) sono aumentati del 12,7%. Segno di come l’interesse dei gruppi bancari si stia focalizzando sempre di più sulla gestione dell’ingente risparmio italiano, nel tentativo di diversificarsi sempre di più dall’attività di prestito che è più rischiosa. Basti pensare che circa il 70% del patrimonio dei fondi italiani fa capo a società di gestione del risparmio controllate da banche.
Le case prodotto
Il nuovo trend è cercare di portare all’interno le cosiddette case prodotto, ovvero quelle che fanno fondi e prodotti assicurativi, per trattenere al proprio interno anche i margini dei produttori e portare nei propri bilanci una quota maggiore di ricavi. Per farlo, le grandi banche sono disposte a investire cifre considerevoli: si guardi la scalata di Mps a Mediobanca per irrobustire i business assicurativi e di risparmio gestito, oppure il riscatto delle partnership assicurative di Unicredit. Ma, in realtà, una parte significativa delle operazioni di risiko bancario di questi anni guarda non tanto (o comunque non solo) alle sinergie della banca commerciale, ma anche alle case prodotto che si possono portare nel proprio portafoglio.
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