Per oltre diciotto mesi Carlo Messina è rimasto apparentemente alla finestra mentre il risiko bancario italiano si sviluppava attraverso l’attivismo di Unicredit, il rafforzamento delle posizioni di Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone negli assetti finanziari del Paese e il crescente interesse intorno a Mediobanca e Generali. Una scelta che molti osservatori hanno interpretato come attendismo. In realtà, secondo lo scenario delineato dall’operazione oggi sul tavolo, il numero uno di Intesa Sanpaolo avrebbe semplicemente atteso il momento più favorevole per intervenire.
Il riassetto del sistema bancario
Se l’Opas su Monte dei Paschi dovesse andare a buon fine nei termini prospettati, il gruppo guidato da Messina completerebbe la principale fase del riassetto del sistema bancario italiano, assumendo il controllo dell’intero perimetro di Mediobanca e diventando al tempo stesso il primo azionista rilevante di Generali grazie alla partecipazione del 13,2% detenuta da Piazzetta Cuccia nel Leone triestino.
La nuova geografia del credito
L’operazione ridisegnerebbe profondamente la geografia del credito nazionale e darebbe vita a uno dei maggiori conglomerati finanziari europei. La nuova Intesa raggiungerebbe infatti una capitalizzazione complessiva di circa 126 miliardi di euro, collocandosi ai vertici del settore continentale. La base clienti passerebbe dagli attuali 21 milioni a circa 27 milioni entro il 2029, mentre le attività finanziarie gestite salirebbero a 1.700 miliardi di euro per avvicinarsi alla soglia dei 2.000 miliardi nell’arco di tre anni.
Sono numeri che proietterebbero definitivamente il gruppo nell’élite europea del risparmio gestito, settore nel quale Intesa rappresenta già oggi uno dei principali operatori grazie alla piattaforma di Eurizon e Fideuram. L’aspetto più rilevante dell’operazione, tuttavia, non sarebbe tanto l’incremento dimensionale quanto la qualità degli asset acquisiti. Attraverso Mediobanca, Intesa aggiungerebbe infatti al proprio perimetro attività a elevata redditività e forte specializzazione: il wealth management, il credito al consumo, l’investment banking e soprattutto la partecipazione strategica in Generali.
La combinazione tra la leadership di Intesa nella gestione del risparmio e le competenze sviluppate da Mediobanca nei servizi finanziari ad alto valore aggiunto consentirebbe la nascita di una piattaforma integrata senza eguali in Italia e tra le più rilevanti in Europa. Parallelamente, l’ingresso stabile nell’azionariato di Generali contribuirebbe a consolidare il controllo nazionale su uno dei principali custodi del risparmio delle famiglie italiane, riducendone la vulnerabilità rispetto a possibili iniziative provenienti dall’estero.
Il piano economico-finanziario dell’operazione
Anche sul piano economico-finanziario gli effetti sarebbero significativi. Le stime indicano un incremento dell’utile per azione nell’ordine dell’8% e una capacità di generare fino a 16 miliardi di euro di utile netto al 2029. Contestualmente, la distribuzione di capitale agli azionisti potrebbe raggiungere i 61 miliardi di euro nel periodo di piano, circa 11 miliardi in più rispetto alle previsioni formulate prima dell’operazione.
Per rispettare i vincoli antitrust, Intesa dovrebbe tuttavia cedere una parte della rete acquisita. Ed è qui che entra in gioco Unipol. Il gruppo guidato da Carlo Cimbri rappresenta infatti il secondo grande protagonista dell’operazione. Attraverso l’acquisto di circa 635 sportelli provenienti dal perimetro Mps, Unipol rafforzerebbe in modo decisivo la propria presenza bancaria facendo leva sulla controllata Bper. L’esborso previsto sarebbe pari a circa 3,5 miliardi di euro a fronte dell’acquisizione di attività comprendenti 55 miliardi di raccolta diretta, 42 miliardi di impieghi, circa 2 milioni di clienti e una redditività annua stimata tra 400 e 460 milioni di euro.
Salto dimensionale
L’integrazione consentirebbe alla banca modenese di compiere un salto dimensionale senza precedenti. A operazione completata, il nuovo istituto – destinato secondo le ipotesi circolate a operare con il marchio Banca Monte dei Paschi – potrebbe contare su circa 2.600 sportelli, 170 miliardi di impieghi e 225 miliardi di raccolta diretta. Dimensioni che lo collocherebbero stabilmente al secondo posto tra i gruppi bancari operanti in Italia, alle spalle della sola Intesa Sanpaolo e davanti ai principali concorrenti nazionali. La quota di controllo detenuta da Unipol salirebbe intorno al 40%, rafforzando ulteriormente il modello di bancassicurazione sviluppato negli ultimi anni dal gruppo bolognese.
Delfin e Caltagirone
Il nuovo assetto produrrebbe inevitabilmente vincitori e sconfitti. Tra i primi figurano certamente Messina e Cimbri, protagonisti di un’operazione che rafforzerebbe in modo decisivo le rispettive piattaforme industriali. Benefici importanti arriverebbero anche per Delfin e Caltagirone, che vedrebbero valorizzate le proprie partecipazioni in Mps grazie a una valutazione complessiva dell’istituto senese di oltre 30 miliardi. Per Delfin, titolare del 17,5%, il valore dell’investimento salirebbe a circa 5,25 miliardi; per Caltagirone, azionista con il 10%, a circa 3 miliardi. Contestualmente entrambi entrerebbero nell’azionariato di Intesa. Secondo le simulazioni elaborate dagli analisti, Delfin arriverebbe a detenere circa il 4% del capitale della banca guidata da Messina, mentre la quota di Caltagirone si attesterebbe sopra il 2%. Le fondazioni bancarie resterebbero il principale nucleo stabile dell’azionariato con una partecipazione complessiva intorno al 15%, pur in presenza di una fisiologica diluizione.
Banco Bpm
Sul fronte opposto, il principale sconfitto sarebbe Banco Bpm. L’istituto guidato da Giuseppe Castagna vedrebbe sfumare definitivamente il progetto di costruzione di un terzo polo nazionale, ipotesi che negli ultimi anni aveva rappresentato uno dei principali obiettivi strategici del management. Anche la presenza di Crédit Agricole, oggi primo azionista con il 22,8% e autorizzato a salire fino al 29,9%, finirebbe per perdere rilevanza nel nuovo assetto del sistema.
Unicredit
Resta infine da comprendere quale potrebbe essere la risposta di Unicredit. Il ceo Andrea Orcel si troverebbe escluso dall’operazione che ridisegna il cuore della finanza italiana e difficilmente potrebbe accettare un ruolo di semplice spettatore. Le opzioni sul tavolo restano numerose, sia sul fronte bancario sia su quello assicurativo, anche considerando la presenza già detenuta nel capitale di Generali. Molto dipenderà dall’evoluzione delle prossime settimane. Ma se lo schema delineato dovesse concretizzarsi senza rilanci o controfferte, il risultato finale sarebbe chiaro: da un lato una Intesa Sanpaolo trasformata in campione europeo del risparmio gestito e dei servizi finanziari; dall’altro un gruppo Unipol-Bper elevato al rango di secondo polo nazionale del credito. Un riassetto destinato a modificare in profondità gli equilibri della finanza italiana per gli anni a venire.
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