La corsa all’oro delle banche centrali non sembra prossima ad arrestarsi. Secondo le stime di Goldman Sachs, ad agosto gli acquisti degli istituti monetari hanno raggiunto 79 tonnellate, contro le 44 di luglio e una media mensile di appena 17 tonnellate prima del 2022. Considerando gli ultimi tre mes il ritmo degli acquisti sale a 85 tonnellate al mese.
Le crescenti e implacabili tensioni geopolitiche e i timori per la tenuta dei mercati finanziari hanno alimentato la fame di metallo giallo. E il motivo è rintracciabile nella volontà delle banche centrali di ridurre l’esposizione alle principali valute internazionali. Prima su tutte il dollaro. La corsa ai lingotti ha preso il via nel 2022, quando il congelamento di parte delle riserve valutarie russe a seguito dell’invasione dell’Ucraina, ha mostrato quanto gli investimenti detenuti all’estero possano diventare vulnerabili alle sanzioni internazionali.
L’oro ha un vantaggio rispetto alle obbligazioni e ai depositi in valuta estera: non rappresenta il debito di un altro Stato e, quando è detenuto direttamente, non dipende dalla capacità di un emittente di rispettare i propri obblighi. Questo non lo rende scevro da rischi, data la natura estremamente oscillatoria del suo prezzo. Inoltre l’accesso ai lingotti custoditi all’estero può essere soggetto a restrizioni.
Secondo il World Gold Council negli ultimi quattro anni le banche centrali hanno acquistato in media circa mille tonnellate d’oro all’anno, il doppio delle 500 tonnellate annue registrate nel decennio precedente. Un’indagine condotta su 76 istituti monetari mette in luce che il 74% degli intervistati prevede che entro cinque anni il peso del dollaro nelle riserve internazionali sarà diminuito, mentre il 45% intende aumentare direttamente le proprie disponibilità auree nei prossimi dodici mesi.
Cina
A guidare gli acquisti ci sono Cina e Polonia. Ad agosto la banca centrale cinese ha aggiunto 20 tonnellate alle proprie riserve, portandole a circa 2.387 tonnellate, pari al 9% delle riserve complessive del Paese. La Polonia ha acquistato 8 tonnellate, raggiungendo quota 648 dall’inizio del suo programma di accumulo, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 700 tonnellate. Da gennaio ad agosto Varsavia ha comprato 98 tonnellate, contro le 80 di Pechino.
A questi Paesi si aggiungono Uzbekistan e Kazakistan, che ad agosto hanno acquistato rispettivamente 8 e 7 tonnellate. Anche la Repubblica Ceca prosegue il proprio programma di accumulo, con acquisti ininterrotti da 42 mesi. La corsa all’oro, quindi, coinvolge anche economie europee che puntano a rafforzare la diversificazione delle proprie riserve.
Dove custodire l’oro
Un aspetto interessante riguarda la localizzazione delle riserve auree. L’oro infatti si sta spostando. Secondo l’analisi attribuita a Goldman Sachs, ad agosto le disponibilità d’oro appartenenti a istituzioni ufficiali estere e custodite presso la Federal Reserve di New York sono diminuite di 40 tonnellate, mentre quelle depositate alla Bank of England sono aumentate di 46 tonnellate.
Il 2 settembre la banca centrale olandese ha annunciato di aver riorganizzato la custodia di circa 86 tonnellate d’oro tra marzo e agosto, riducendo le disponibilità conservate in Nord America e aumentando quelle detenute a Londra. L’operazione ha portato la quota delle riserve olandesi custodite nella capitale britannica dal 18,1% al 32,1%, rendendo Londra il principale luogo di conservazione dell’oro olandese.
Non si è trattato soltanto di trasferire fisicamente i lingotti: circa 59 tonnellate sono state vendute a New York e sostituite da quantità equivalenti di oro acquistato a Londra. L’obiettivo dichiarato dalla banca centrale olandese è migliorare la possibilità di utilizzare rapidamente le proprie riserve in caso di crisi.
La scelta della custodia è una questione finanziaria e geopolitica. Conservare l’oro all’interno dei propri confini garantisce maggiore controllo fisico, mentre detenerlo in un grande centro finanziario come Londra consente di venderlo o utilizzarlo più facilmente nelle operazioni di mercato. Secondo il World Gold Council, il 10% delle banche centrali intervistate nel 2026 ha diversificato i luoghi di custodia esteri nell’ultimo anno, contro il 2% dell’indagine precedente.
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