Un innalzamento del tetto di spesa sanitaria per i dispositivi medici, oltre il quale scatta il payback a carico delle imprese fornitrici. È una delle misure allo studio della maggioranza in vista della legge di Bilancio, insieme all’aumento del Fondo sanitario nazionale annunciato dal sottosegretario Marcello Gemmato. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha assicurato di voler dare «un orizzonte di certezze alle imprese del settore».
Introdotto nel 2015 e diventato operativo nel 2022 anche per gli sforamenti del quadriennio 2015-2018, il meccanismo prevede che le aziende contribuiscano per il 50% dell’eccedenza rispetto al tetto di spesa regionale, in proporzione al fatturato realizzato con il Servizio sanitario nazionale. Il governo Meloni ha stanziato 1,1 miliardi nel 2023 e riconosciuto uno sconto del 75% per il primo quadriennio, chiuso con circa 500 milioni versati a settembre 2025. Dal 2026 il tetto salirà dal 4,4% al 4,6% del Fondo sanitario nazionale. Resta però aperto il conto per il periodo 2019-2025: 13,1 miliardi secondo la Corte dei conti, di cui 6,6 a carico delle imprese. Entro il 31 dicembre 2026 dovrà inoltre essere definita una nuova disciplina della spesa per dispositivi medici.
Ne parliamo con Fabio Faltoni, presidente di Confindustria Dispositivi Medici, la federazione che rappresenta oltre 4.600 imprese e quasi 134mila occupati.
Presidente, quale soluzione vi aspettate dalla prossima manovra? È possibile superare definitivamente il payback?
«La prossima legge di Bilancio deve compiere due scelte chiare: portare il tetto di spesa a livelli coerenti con i fabbisogni effettivi e azzerare definitivamente la compartecipazione delle imprese al ripiano degli sforamenti. Non bastano aumenti di pochi decimali: occorre un adeguamento significativo, capace di colmare il divario tra il tetto del 4,6% previsto dal 2026 e un’incidenza della spesa che ha raggiunto il 6,5% nel 2025, secondo i dati richiamati dalla Corte dei conti. La sostenibilità del Servizio sanitario nazionale si costruisce programmando le risorse necessarie, non chiedendo alle aziende di coprire a posteriori gli squilibri. Il 31 dicembre 2026 non può diventare l’ennesima scadenza rinviata».
Il conto per il 2019-2025 è di 6,6 miliardi a carico delle imprese. È sostenibile? E vi aspettate un altro sconto, come quello riconosciuto per il primo quadriennio?
«Un onere di questa entità mette a rischio la tenuta economica di un’intera filiera. Non sono risorse astratte: sono capitali sottratti a investimenti, ricerca, occupazione e sviluppo di nuove tecnologie. Le forniture sono già state effettuate, i prezzi definiti e i ricavi impiegati per sostenere costi industriali e personale. Il rischio è particolarmente grave per le piccole e medie imprese, che rappresentano circa il 90% del settore. Nel prossimo triennio il payback potrebbe pesare per circa 1,5 miliardi l’anno e nel 2025 ha già raggiunto un’incidenza del 16,5% sul fatturato.
Non chiediamo un altro sconto: chiediamo di superare definitivamente il meccanismo. Il Governo Meloni è intervenuto per limitare gli effetti di un sistema iniquo, ma per il 2019-2025 serve una soluzione definitiva, non una semplice rimodulazione delle somme. Per il futuro bisogna impedire che le aziende siano chiamate a ripianare retroattivamente gli sforamenti. Senza regole prevedibili, gli investimenti possono spostarsi verso altri Paesi».
La Corte costituzionale nel 2024 ha giudicato il payback un contributo di solidarietà temporaneo e non sproporzionato. Il Consiglio di Stato ha invece sollevato dubbi sulla compatibilità con il diritto europeo. Quali sono i margini per cambiare il sistema?
«Quello che era stato considerato un contributo temporaneo è diventato, nei fatti, un onere strutturale. Attendiamo la decisione del Consiglio di Stato, prevista entro fine anno, ma la questione va oltre il contenzioso sul 2015-2018: riguarda il futuro di un intero settore. Se una soglia viene superata sistematicamente, bisogna interrogarsi sulla sua adeguatezza e sulla programmazione degli acquisti. Un’azienda non può assumersi oggi un rischio che non poteva conoscere quando ha partecipato a una gara. Serve una governance basata sui fabbisogni di salute, sui dati e sulle evidenze, capace di valorizzare l’innovazione e di valutare non soltanto il prezzo iniziale, ma anche l’efficacia clinica e il costo complessivo dell’assistenza».
La vostra indagine segnala che il 37% delle imprese è a rischio insolvenza, percentuale che potrebbe salire al 47% nel 2028. Inoltre, il 70% prevede una minore competitività nelle gare e il 61% intende partecipare a meno bandi. Quali conseguenze rischia di subire il Servizio sanitario nazionale?
«Non si tratta di una previsione certa di fallimenti, ma di un rischio dichiarato dalle aziende, che fotografa un deterioramento preoccupante della tenuta finanziaria del settore. Se il payback continuerà a pesare per circa 1,5 miliardi l’anno, molte imprese avranno meno risorse per investimenti e occupazione. Le Pmi custodiscono competenze specializzate e collaborano con ospedali, università e centri di ricerca. Anche le grandi aziende potrebbero spostare altrove gli investimenti produttivi. C’è poi il rischio di una minore concorrenza negli appalti. Alcune imprese potrebbero rinunciare a partecipare a gare economicamente insostenibili, riducendo le alternative per le strutture sanitarie e l’accesso all’innovazione. Non è detto che i prezzi aumentino automaticamente in ogni gara, ma le amministrazioni potrebbero avere meno possibilità di ottenere le migliori condizioni in termini di costo, qualità e assistenza. Il vero risparmio non è spendere meno a prescindere, ma acquistare meglio».
Il 54% delle imprese teme una riduzione dell’offerta di tecnologie avanzate al pubblico, quota che potrebbe raggiungere il 72% nel 2028. Quali innovazioni rischiano di essere penalizzate?
«Il rischio riguarda l’intero universo dei dispositivi medici: dai sistemi diagnostici alle tecnologie chirurgiche, dai pacemaker e defibrillatori alle soluzioni per le patologie croniche e il monitoraggio dei pazienti. Non significa che queste tecnologie spariranno dagli ospedali, ma che l’Italia potrebbe diventare soprattutto un mercato di distribuzione, mentre ricerca e produzione si trasferiscono altrove. Il distretto biomedicale di Mirandola, primo in Europa e terzo al mondo, dimostra il valore di ciò che potremmo perdere: imprese, competenze industriali e scientifiche, ricerca e collaborazione con università e istituzioni. Per i cittadini, le conseguenze potrebbero tradursi in un accesso più lento o diseguale alle innovazioni. La solidità industriale è una condizione per garantire al Servizio sanitario nazionale tecnologie efficaci e cure migliori».
Oltre al superamento del payback, quali interventi servono per rafforzare la competitività internazionale di un comparto che vale circa 18 miliardi di euro?
«Le leve sono tre: nuova governance della spesa sanitaria, superamento del payback e piano industriale dedicato al medtech. Il tetto del 4,6% resta distante dall’incidenza della spesa, arrivata al 6,5% nel 2025. Occorre adeguare le risorse ai fabbisogni effettivi e orientare gli acquisti alla prevenzione, alla diagnosi e alla cura, valorizzando i risultati clinici. I dispositivi medici comprendono oltre due milioni di tecnologie diverse e l’innovazione sta accelerando grazie all’intelligenza artificiale e alle soluzioni digitali. Chiediamo stabilità, prevedibilità e coerenza delle politiche sanitarie, condizioni che consentano alle imprese di investire, innovare e rafforzare la produzione in Europa. Eliminare il payback sarebbe già una misura di politica industriale. Il settore ha dimostrato resilienza nonostante i costi delle materie prime e dell’energia e le tensioni internazionali, ma ora deve poter trasformare questa capacità in sviluppo. Senza imprese solide non c’è innovazione per la salute; senza una buona governance quell’innovazione non arriva ai cittadini. La competitività industriale è anche autonomia e sicurezza sanitaria del Paese».
Leggi anche:
1. Legge di bilancio, sale al 26% il contributo sugli affitti brevi e meno tasse su festivi e notturni
2. Taglio Irpef, sanità e riforma pensioni. Il filo di Giorgia nel labirinto debito
© Riproduzione riservata