Donald Trump e JD Vance accusano la guerra all’Iran scatenata da Usa e Israele per la sconfitta alle elezioni di Midterm. Giusto, l’inflazione causata da petrolio e gas alle stelle arriva da lì e finisce nelle pompe di benzina degli americani. Ma non solo. In casa gli Stati Uniti combattevano anche la guerra dei data center. Una guerra al contrario: se nel Golfo Persico si distruggono infrastrutture critiche come porti, raffinerie, canali di distribuzione, negli Stati americani la posta in gioco sono le costruzioni delle infrastrutture strategiche del futuro: i data center.
I Dem
I Democratici – deputati, senatori, governatori – che si sono affermati nel voto del 3 novembre hanno denunciato nelle loro campagne elettorali il potere esorbitante dei colossi della AI, pesanti finanziatori dello schieramento repubblicano e delle politiche di Trump che hanno lasciato loro mano libera nella costruzione dei magazzini di stoccaggio di capacità computazionale. E hanno promesso uno stop all’espansione incontrollata dei data center.
Ma quanto verrà davvero controllata adesso la corsa della AI? E siamo sicuri che i controlli saranno di ostacolo alla crescita di questa nuova industrializzazione? La caduta delle azioni di società legate ai chip e alla AI avvenuta nell’ultimo mese al Nasdaq si è invertita immediatamente dopo la diffusione dei dati elettorali che attribuivano la vittoria ai Democratici. Una reazione non scontata, a detta di molti osservatori e analisti. Tanto che l’indomani, giovedì 5, il Nasdaq ha aperto in profondo rosso.
Il caso Texas
Naturalmente non tutti i titoli hanno reagito allo stesso modo. Le società che hanno costruito il loro modello di business sullo sviluppo di data center da affittare come potenza di calcolo, come CoreWeave o Nebius, hanno registrato perdite più profonde, così come quelli che hanno progetti in Texas, cioè lo Stato che maggiormente ha aperto le porte all’installazione dei data center grazie a energia a basso costo, terreni a prezzi scontati e sgravi fiscali. Secondo la banca d’investimento Jefferies, il Texas rappresenta circa il 26% dell’intero piano di sviluppo di data center previsto negli Stati Uniti.
Il Texas ha dato la vittoria alla governatrice democratica Gina Hinojosa, che ha giocato la sua campagna sullo stop alla costruzione di nuovi impianti per tutelare la distribuzione dell’acqua e dell’energia a favore dei cittadini. Se si andrà avanti su questa strada anche in altri Stati che erano favorevoli ai data center come Georgia e Ohio, il timore è che le imprese saranno costrette a rallentare i loro piani di costruzione, disallineando gli impegni finanziari per costruire i data center con i ricavi necessari a ripagarli. Secondo le stime degli analisti di UBS, circa il 30% della capacità aggiuntiva prevista per i data center statunitensi nel 2028 potrebbe essere a rischio per le moratorie sulle concessioni alla loro costruzione.
Guai per Musk
Un problema molto serio per esempio per Elon Musk, che ha avviato in Texas investimenti colossali per impianti che devono servire Tesla e SpaceX ma anche Anthropic, per esempio. Tanto che Musk, per contrastare l’arrivo dei democratici, ha finanziato con centinaia di milioni di dollari la campagna repubblicana del governatore texano uscente Greco Abbott.
La disfida dei data center è destinata a durare a lungo, con effetti diretti sui listini azionari e quindi a cascata in tutto il mondo. Ma l’industria non si fermerà. Piuttosto quello che secondo vari analisti e investitori è possibile – per qualcuno anche auspicabile – è che questa frenata nella corsa alla AI ripulisca il settore dagli operatori più marginali, quelli che magari hanno avviato i cantieri e ora hanno impegni finanziari da mantenere e ricavi insufficienti.
Chi vince e chi perde
Ad essere favoriti da questa dinamica, secondo alcuni analisti, potrebbero essere ancora una volta i player più grandi. Gli hyperscaler che già oggi gestiscono data center possono spostare i picchi di richieste in impianti in altri Stati, o anche dirottare lì i nuovi investimenti. Insomma è come se i mercati stessero cominciando a distinguere sempre più nettamente chi ha le carte in regola per continuare a giocare questa partita, e chi dovrà essere messo ai margini o risolto secondo le regole del mercato.
Per evitare l’esplosione della bolla, che – spiegano gli osservatori più attenti – non è di valutazioni elevate come quella delle dotcom degli anni 2000 ma una crisi di prestito eccessivo come quella dei subprime del 2007-2008, il meccanismo scattato pare essere più quello dello sgonfiamento controllato, determinato da una regolamentazione più rigorosa.
Il nodo politico
Ma resta il tema politico: i data center non piacciono. E meno ancora piacciono i colossi dell’AI e i loro capiazienda. «Dobbiamo impegnarci di più per comunicare efficacemente alle persone, alle comunità locali, i vantaggi che i data center possono apportare loro, anche in termini di posti di lavoro», ha ammesso il presidente di OpenAI, Greg Brockman dopo il voto.
Dall’America è arrivato insomma un doppio segnale: da un lato, di autocontrollo del sistema democratico dalle derive autocratiche che si erano temute nei primi due anni della presidenza Trump; dall’altro, della necessità dei mercati di autotutelarsi. Bisognerà vedere se entrambe le sensazioni troveranno conferma nella realtà nelle prossime settimane.
Ma c’è anche un altro monito, che vale per l’America ma anche per l’Europa e l’Italia. La sindrome Nimby, quella del “non nel mio giardino” (“not in my back yard”) è dura da scardinare. Va spiegata molto bene e con argomenti convincenti. Altrimenti si rischieranno le stesse barricate anche quando si tratterà di sviluppare il nucleare per garantirci l’autonomia energetica. Che ci serve tanto, e anche più, dei data center.
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