Un cambio di paradigma per rafforzare la traiettoria della politica industriale dei prossimi anni. Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia, ha deciso di imprimere ulteriore velocità alla locomotiva economica del Paese. Il Pacchetto Innovazione da 255 milioni per le imprese è la risposta che l’esponente della giunta guidata da Attilio Fontana ha dato al tessuto produttivo lombardo per sostenerne la competitività e il potenziale. Basato sulle Zis, le Zone di Innovazione e Sviluppo, il pacchetto sposta il baricentro della politica industriale dai singoli bandi ai territori, intesi come ecosistemi produttivi integrati. L’obiettivo è trasformare la Lombardia in una piattaforma industriale europea.
Assessore Guidesi, qual è l’obiettivo del Pacchetto Innovazione? E da dove nasce?
«Nasce dalla volontà di mantenere e consolidare la nostra leadership attraverso la certificazione degli ecosistemi che esprimono delle peculiarità dal punto di vista manifatturiero, sia a livello settoriale sia in ambito territoriale. Per la prima volta, con un approccio strategico, offriamo una visione a lungo termine che instaura delle sinergie tra la ricerca, la formazione, il mondo del credito e le istituzioni locali per creare l’ambiente più adatto alla crescita delle aziende».
Qual è il cuore del Pacchetto?
«Per noi innovazione vuol dire sviluppo. Vogliamo orientare la competizione industriale globale, per questo stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Questo intervento strutturale segna un cambio di paradigma: dall’agevolazione degli strumenti alla costruzione di un vero modello industriale territoriale. La Lombardia esprime già oggi un grande potenziale, la nostra responsabilità politica è trasformare questa forza in una infrastruttura stabile di sviluppo europeo».
La Lombardia è la prima regione manifatturiera d’Europa. Quali ostacoli rischiano di minacciare questa leadership?
«Il principale impedimento è rappresentato dall’impostazione regolatoria a livello europeo, che limita la capacità di innovazione dei singoli territori e dunque la nostra competitività a livello internazionale. L’Ue impone spesso un’unica via per raggiungere gli obiettivi, offrendo così un assist a chi si affaccia sul mercato a prezzi più bassi e a condizioni diverse dalle nostre. La crisi dell’automotive rappresenta un precedente emblematico, che ha avuto conseguenze negative anche sulla manifattura. L’altro tema cruciale è quello dei costi energetici, che richiede un intervento non solo economico e di natura compensativa, ma anche strutturale».
In questi anni lei ha lavorato alla costruzione di una lobby istituzionale con le altre regioni europee ad alto sviluppo. Qual è l’obiettivo di questa operazione?
«Fare in modo che i territori indirizzino la Commissione europea verso alcuni necessari cambiamenti rispetto alla rigidità di sistema che oggi frena lo sviluppo. Al contempo puntiamo su questa alleanza e sulle comuni istanze per contrastare anche il nostro principale ostacolo alla crescita a livello nazionale, ovvero il centralismo. Alcune decisioni interne dovrebbero infatti tenere maggiormente in considerazione i territori che più contribuiscono al pil e al gettito fiscale del Paese. I nostri cugini, altrettanto virtuosi, della Baviera, del Baden-Württemberg e della Catalunya hanno una maggior capacità decisionale della nostra, che si traduce in minor tempo di attesa per il sistema produttivo, più competitività e maggior disponibilità economica per il territorio. L’Italia, se vuole che la Lombardia continui a essere la locomotiva del Paese, dovrebbe quantomeno metterci nelle stesse condizioni dei nostri omologhi. Sarebbe molto più conveniente per tutti».
Su scala globale, intanto, Stati Uniti e Cina si sono presi la scena. Rischiamo di rimanere schiacciati fra i due titani?
«Da atlantista convinto ritengo che le aziende europee e statunitensi debbano competere e collaborare all’interno di un confine regolatorio comune, così da rafforzarsi a vicenda anche nei confronti della Cina. Oggi, tra tensioni internazionali e guerre commerciali, non avviene sempre così ma resto convinto che questa sia la direzione migliore. La Cina, che ha regole molto diverse dalle nostre e spesso poco democratiche, ha messo in campo una grande capacità di innovazione e di controllo delle materie prime critiche: l’Europa deve reagire e deve evitare assist ai cinesi, come accaduto con l’automotive, deve contrastare i tentativi di dumping (la concorrenza sleale sui prezzi, ndr) e uscire dal proprio immobilismo decisionale».
Cosa pensa del risiko del credito italiano? Si profilano nuovi equilibri e il tema vi riguarda: da sempre, il cuore pulsante della grande finanza italiana è infatti in Lombardia e a Milano in particolare.
«È una buona cosa che i nostri istituti di credito possano raggiungere una dimensione più ampia sia nel potenziale e sia nella capacità di competere a livello internazionale. Qualora il risiko bancario desse forma a questa prospettiva, è importante che prevalga un aspetto propulsivo e che le nuove strutture siano protagoniste dello sviluppo economico. Non va al contempo dimenticata un’altra parte fondamentale del credito italiano, rappresentata dal credito locale: le banche di credito cooperativo sono un attore importante, che andrebbe trattato in maniera diversa proprio a motivo delle sue dimensioni più ridotte e della sua prossimità ai territori».
Come sostenete questo sistema?
«Pur non avendo competenze dirette di intervento, lo coinvolgiamo attraverso strumenti di garanzia e di finanziamento offerti alle aziende. Siamo sempre stati molto attenti alla difesa del sistema cooperativo territoriale e saremo altrettanto vigili su quanto gli attuali nuovi istituti di credito faranno a beneficio delle nostre aziende e del nostro territorio».
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