C’è una fotografia degli anni ’50, in bianco e nero, con un viale di platani che scorre lungo l’orizzonte, i tronchi chiari e screziati allineati come una processione, le ombre lunghe buttate di traverso sulla terra battuta, un muro imbiancato a calce sulla destra, due uomini fermi in disparte con le mani in tasca, e qualcosa che ti dice che lì raramente sembra accadere davvero qualcosa. Antonio Fazio, classe 1936, arriva da lì, da un paese con un castello seduto su un colle e un palazzo ducale che guarda una fontana con sopra un leone. Si chiama Alvito e lui se ne è andato da lì più o meno quando è stata scattata quella foto, con il dubbio che il mondo avrebbe potuto essere troppo grande per lui. È per questo che non si è mai fidato delle cose che non puoi toccare per mano, quelle poco chiare, ambigue, così ambiziose da non avere più radici a terra. È da un viale come questo che si parte per capire l’economia di una nazione, dalla lentezza, dalla terra battuta, dalla misura delle cose piccole, ed è forse per questo che lui, da governatore della Banca d’Italia, ha continuato a vedere quello che gli altri, cresciuti nelle capitali, non vedevano, che una moneta non cambia la natura di un luogo, che le fondamenta vengono prima del tetto, che un paese si conosce camminando piano, un passo alla volta.
Studi al Mit
Da ragazzo lascia la valle per Boston, studia al Mit negli anni in cui là insegna il futuro Nobel Franco Modigliani, che cerca di convincerlo a restare in America, torna invece in Italia keynesiano e pragmatico insieme, una rarità, ed è lui a costruire il primo modello econometrico dell’economia italiana, le equazioni che mettono in fila consumi, salari, investimenti.
Bradisisma
Poi arrivò il bradisisma. È la parola che userà per raccontare il destino italiano dentro la moneta unica, non un crollo, non un fragore, ma una discesa impercettibile, l’Italia che perde quota mentre la Germania resta dov’è. «L’euro – disse – non sarà il paradiso, ma qualcosa che assomiglia al purgatorio». È per questo concetto, ricco di realismo, che verrà decapitato. Nei Musei Vaticani, a pochi passi dagli uffici di via Nazionale c’è un marmo ricorda il destino di Fazio. È il Laocoonte, il sacerdote troiano che aveva capito: temo i danai anche quando portano doni. La sfiducia si paga con il castigo degli dèi e viene stritolato dai serpenti. Fazio, uomo di fede, vicino al Vaticano, ha vissuto la stessa parabola, quella di chi vede prima degli altri e paga di persona l’aver visto.
La diagnosi
La sua diagnosi è asciutta come un referto: l’unione monetaria è stata costruita fra economie troppo diverse, si è messo il tetto prima delle fondamenta. Non era un antieuropeista, e qui sta il punto che la cronaca dimentica. Fazio accompagna l’Italia dentro l’euro, ma avrebbe voluto rinviare, lasciare che la convergenza precedesse la moneta e non il contrario, perché una valuta comune non crea per miracolo economie simili, semmai congela le differenze e le rende incurabili, tolto il vecchio rimedio della svalutazione. Lo ha scritto, a ottantasette anni, in un libro il cui titolo è già una tesi, Le conseguenze economiche dell’euro, calco esatto di quelle Conseguenze economiche della pace con cui Keynes nel 1919 aveva previsto come Versailles avrebbe avvelenato l’Europa.
Ossessione Germania
La sua ossessione era la Germania, e non per provincialismo. Sapeva che fra il 1938 e il 1948 la lira si era moltiplicata per sessantaquattro, e che la Germania dopo la Grande guerra aveva visto i prezzi salire di un milione di volte, ci ha scritto sopra un libro, e da quella memoria traeva una regola: due economie con produttività diversa, costo del lavoro diverso, struttura industriale diversa, non possono camminare alla stessa andatura legate alla stessa moneta senza che la più debole resti indietro. Per inseguire una crescita vera, diceva, al Paese servirebbero trenta miliardi l’anno di investimenti privati in più, e siccome lo Stato non li ha, andrebbero chiamati i capitali a finanziare le grandi infrastrutture, i parcheggi, gli aeroporti, le stazioni, come a Tokyo, dove la modernità non l’ha pagata soltanto il contribuente.
Posizione scomoda sul Mezzogiorno
Sul Mezzogiorno era ancora più scomodo. La scomparsa delle gabbie salariali stava alzando il costo del lavoro al Sud, sopra la sua produttività, cacciando gli investimenti proprio dove servivano. Verità urticante, di quelle che a sinistra non si pronunciano. A un certo punto si è trovato contro tutti: la finanza laica, Romano Prodi e i prodiani, pezzi di centrodestra troppo ambiziosi, i soliti tipi con gli occhiali scuri al servizio di qualcuno. Così sono arrivati i serpenti. La tempesta del 2005, le intercettazioni sulla scalata Antonveneta, le dimissioni, l’arrivo di Draghi, e dopo le aule, gli anni dei processi, le accuse cadute e la sola colpa di aver difeso una banca italiana da una scalata straniera, proprio come fanno adesso i tedeschi. Le sue intuizioni sull’euro le hanno sentite tutti sulla propria pelle, come il sale.
Il paradosso italiano
Resta il paradosso italiano, intatto. Una certa sinistra non ha visto quello che lui vedeva, troppo innamorata del vincolo esterno per dubitarne, e la destra di oggi, che pure di quei dubbi è erede, non ha la cultura per riconoscergli il merito. È il destino di chi resta sempre un po’ di confine.
Il Laocoonte di Alvito resta nel suo marmo, i muscoli tesi, la bocca aperta in un grido che nessuno ascolta, colpevole della sola cosa che gli dèi non perdonano, avere avuto ragione troppo presto.
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