L’Italia è il primo Paese europeo per agricoltura biologica, con quasi 90 mila aziende, 2,5 milioni di ettari coltivati e oltre il 20% della superficie agricola nazionale convertita. Allo stesso tempo, però, è il terzo importatore europeo di prodotti bio, dopo un aumento del 26% delle importazioni nel 2025, mentre gli acquisti delle famiglie hanno raggiunto il record di 4,4 miliardi di euro. Una crescita che apre opportunità ma anche interrogativi sulla competitività, sulla reciprocità delle regole e sulla necessità di alleggerire il sistema burocratico. Moneta ne ha parlato con Francesco Giardina, responsabile di Coldiretti Bio.
Il Parlamento europeo ha approvato la relazione sulla revisione del regolamento sul biologico.
Qual è il giudizio di Coldiretti Bio?
«È un passo nella giusta direzione perché rafforza alcuni principi che Coldiretti sostiene da tempo: più trasparenza, maggiore tutela del consumatore e regole uguali per tutti. Apprezziamo il rafforzamento delle disposizioni sull’utilizzo del logo europeo per i prodotti biologici provenienti dai Paesi extra Ue e le modifiche sulla certificazione di gruppo, che possono agevolare le piccole aziende. Rimane però un nodo: il peso della burocrazia. Oggi un’impresa bio deve sostenere un aggravio amministrativo di circa il 30% rispetto all’agricoltura convenzionale. È un costo che riduce la competitività, sottrae tempo e rallenta gli investimenti. Se vogliamo che il biologico continui a crescere, sostenibilità e semplificazione devono procedere insieme».
Perché il tema import è strategico?
«Perché racconta un cambiamento profondo del mercato. Nel 2025 gli arrivi di prodotti biologici dai Paesi extra Ue sono aumentati del 26%, superando i 300 milioni di chili. Un dato che non può lasciare indifferenti. Non siamo contrari agli scambi commerciali, ma pretendiamo che avvengano nel rispetto delle stesse regole. Oggi agli agricoltori europei vengono richiesti standard rigorosi, mentre sul mercato arrivano prodotti ottenuti con criteri differenti e costi di produzione inferiori. Questa non è concorrenza, è una distorsione del mercato».

Quindi la parola chiave è reciprocità?
«Esattamente. La reciprocità deve diventare il principio guida della politica commerciale europea. Chi esporta nel mercato unico deve rispettare gli stessi standard che vengono richiesti ai produttori europei. Non possiamo chiedere ai nostri agricoltori investimenti in materia ambientale, benessere animale e sicurezza alimentare e poi consentire l’ingresso di prodotti realizzati con regole diverse. Sarebbe un danno economico per le imprese e una contraddizione rispetto agli obiettivi Ue».
C’è anche un problema di trasparenza?
«Sì. Oggi molti prodotti biologici riportano soltanto la dicitura “Agricoltura non Ue”, spesso in caratteri poco evidenti. È un’informazione insufficiente. Il consumatore ha il diritto di conoscere con chiarezza il Paese di origine delle materie prime. Per questo chiediamo l’obbligo di indicare sempre l’origine in etichetta anche per il biologico. La trasparenza è il presupposto per una scelta consapevole e rappresenta anche uno strumento fondamentale per valorizzare il lavoro degli agricoltori italiani».
Eppure l’Italia continua a essere il punto di riferimento europeo del biologico.
«Siamo il principale produttore europeo. Il biologico italiano è cresciuto grazie alla capacità delle imprese di investire nella qualità, nell’innovazione e nel rapporto coi territori. Ma oggi viviamo un paradosso: siamo leader nella produzione e contemporaneamente il terzo importatore europeo. Parte della domanda interna viene soddisfatta con prodotto estero. È un segnale che impone una riflessione sulle politiche di filiera e sulla valorizzazione del made in Italy».
Anche i consumi stanno vivendo una fase molto positiva.
«È uno dei dati più incoraggianti. Nel 2025 gli acquisti delle famiglie hanno raggiunto i 4,4 miliardi di euro, il valore più alto degli ultimi cinque anni. Il consumatore continua a riconoscere un valore aggiunto al biologico. Il nostro obiettivo è fare in modo che questa crescita si traduca in maggior reddito per gli agricoltori italiani, creando valore nelle aree rurali, occupazione e investimenti. Se la crescita dei consumi viene alimentata soprattutto dalle importazioni, perdiamo una grande occasione».
Uno dei casi più emblematici riguarda l’olio biologico proveniente dalla Tunisia.
«Oggi il 99% dell’olio biologico importato nell’Ue appartiene alla categoria dell’extravergine e proviene dalla Tunisia. Il problema non è l’esistenza degli scambi commerciali, ma la necessità di garantire trasparenza e condizioni di concorrenza corrette. Il consumatore deve sapere cosa acquista e da dove viene il prodotto. Bisogna evitare che gli agricoltori italiani si trovino a competere con produzioni ottenute con costi inferiori perché sottoposte a regole diverse».
Quali sono oggi le principali sfide?
«Innanzitutto serve certezza normativa. Le imprese hanno bisogno di regole stabili per programmare gli investimenti. Penso, ad esempio, alla viticoltura biologica, dove l’Italia rappresenta circa un quarto della superficie vitata bio mondiale con oltre 132 mila ettari. In questo comparto è fondamentale garantire strumenti efficaci di difesa delle colture, a partire dal rame, che continua a rappresentare una sostanza essenziale. Parallelamente occorre rafforzare la ricerca, favorire l’innovazione e accompagnare le aziende nella transizione ecologica senza moltiplicare gli adempimenti burocratici».
Se oggi dovesse indicare una priorità assoluta per rendere il biologico italiano più competitivo, quale sarebbe?
«L’Italia non può limitarsi a essere il primo produttore europeo di biologico e contemporaneamente aumentare la propria dipendenza dalle importazioni. Occorre una strategia che metta al centro il reddito degli agricoltori, la valorizzazione del prodotto nazionale e la tutela del mercato. Significa semplificare gli adempimenti, investire nella ricerca, rafforzare le filiere, garantire reciprocità negli scambi internazionali e rendere obbligatoria un’etichettatura d’origine chiara. Il biologico non è una nicchia, ma un asset strategico del made in Italy. Se sapremo difenderlo potrà continuare a creare occupazione, valore aggiunto ed esportazioni. Se invece continueremo a gravarlo di burocrazia mentre apriamo il mercato a produzioni ottenute con standard diversi, rischiamo di compromettere uno dei principali vantaggi competitivi dell’agricoltura italiana».
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