«Pensate ai nostri unicorni, alle società venture backed, tutti quanti guardano al Nasdaq perché è un mercato più liquido, quindi è molto importante avere un mercato pan-europeo che possa offrire quella profondità, quella liquidità che permetta a molte imprese di non attraversare l’Atlantico ma di rimanere in Europa». Le parole dell’amministratore delegato di Cdp, Dario Scannapieco, danno un’immagine nitida di come si stanno muovendo le imprese più innovative quando si tratta di trovare i capitali necessari allo sviluppo. L’Italia e l’Europa non sono ancora strutturate adeguatamente per rispondere a pieno alle loro esigenze.
I quattro casi di società italiane trattati da Moneta nell’inchiesta di copertina sono esemplificativi di questa tendenza: Technoprobe, Bending Spoons, Newcleo e Argotec. Quattro realtà italiane, attive nei settori più avanzati – microchip per la AI, mobile app, nuovo nucleare e satelliti – che per vie diverse approdano a Wall Street. E tornano con miliardi di dollari, anche forniti da investitori europei che ogni anno fanno confluire lì 300 miliardi di euro di risparmi in cerca di rendimenti.
Nel capitale della società brianzola di test per i chip AI, con un investimento da 1 miliardo è entrato un fondo, che in realtà scherma un importante cliente di Technoprobe: uno schema ormai usuale nella complessa e delicata catena dell’industria dell’intelligenza artificiale. Ma il nuovo socio americano – svela Moneta – ha voluto regolare nero su bianco nel contratto l’ipotesi del dual listing, cioè un’eventuale doppia quotazione di Technoprobe anche negli Stati Uniti, oltre che in Italia.
Bending Spoons, l’ex unicorno fondato da quattro ragazzi a Milano, veleggia al Nasdaq attorno a 28 miliardi di capitalizzazione e ha accolto nel capitale Berkshire Hathaway, la holding di investimento fondata dal mitologico Warren Buffett: anche qui, un altro miliardo pronta cassa.
Newcleo a sua volta si è quotata un mese fa al Nasdaq ottenendo con un’operazione in due tempi 247 milioni di dollari, necessari per continuare la costruzione del reattore dimostrativo a Bologna. E un’altra non-più startup, la torinese Argotec, per continuare lo sviluppo della produzione di satelliti racconta a Moneta di pianificare di quotarsi direttamente al Nasdaq. Perché è lì, sostengono i protagonisti delle nostre storie, che il tech trova terreno fertile.
Innanzitutto c’è una conoscenza endogena da parte del mercato americano dello strumento tech che non c’è in Europa – sono convergenti le osservazioni raccolte sul campo – nonché un ecosistema che ha particolare propensione per questo tipo di industria. Non che da questa parte dell’Atlantico quell’interesse non ci sia, non fosse altro perché quelle dei nostri casi sono tutte realtà nate in Italia e con capitali innanzitutto nazionali, grazie anche al venture capital. Ma per crescere serve tanta stazza e allora i soldi si vanno a cercare altrove, in particolare per quei settori d’avanguardia come i chip, l’intelligenza artificiale, la tecnologia avanzata, dove servono miliardi in un colpo solo.
«Ci si deve preoccupare del rischio che nel mondo occidentale ci sia solo una borsa, solo quella americana», osserva Pierluigi Paracchi, ceo di Genenta, società biotech italiana anch’essa quotata al Nasdaq (ora in fase di trasformazione in Saentra Forge). «Ma è pur vero che la propensione al rischio degli americani e la quantità di denaro che c’è lì è imparagonabile».
Il tema è annoso: perché l’Italia e l’Europa, nonostante l’enorme ricchezza finanziaria privata che è il vero petrolio di cui disponiamo, non riescono a realizzare con la stessa facilità e frequenza operazioni di tale portata? Le regole, oltre che l’ecosistema, non giocano ancora a favore degli investitori. Ed è questo il refrain che si registra quando si parla con chi sui mercati opera quotidianamente.
Eppure non si parte da zero. Se si guarda a Borsa Italiana, la sua corsa è stata potente. E chi ne fosse rimasto estraneo in questi anni ha perso un’opportunità unica di incassare rendimenti elevati. Per questo si punta a far intervenire sempre di più sul mercato fondi pensione e risparmio privato, anche con incentivi fiscali per chi investe e mantiene per un certo tempo i soldi sui listini. Le nuove norme sull’Unione del mercato dei capitali, la Savings and Investment Union, devono ancora essere definite nel dettaglio e poi passare alla fase tecnica di attuazione. Insomma, c’è tanto da fare ancora e le campagne elettorali non si giocano certo su questi temi. Roma comunque ha già fatto parecchi compiti a casa con la Legge Capitali e la riforma del Tuf.
Altrettanto importante in questa direzione è il dibattito sulla Borsa unica europea con la possibile unione tra Euronext (la federazione di borse di Parigi-Amsterdam e Milano, fra le altre, di cui Cdp è azionista forte) e la tedesca Deutsche Börse. Una unione da sostenere e alla quale si sta già lavorando, anche se il diavolo starà nei dettagli: chi la controllerebbe dal punto di vista azionario? E chi dovrebbe regolare il mercato? Insomma, chi comanderebbe? E poi, ancora: che spazio potrebbero avere le pmi che vogliono affacciarsi sui listini e che già oggi ne stanno alla larga per troppi costi e burocrazia? Anche l’unione dei mercati europei, come la rivoluzione, non sarà un pranzo di gala.
Leggi anche:
1. Bending Spoons al debutto al Nasdaq, prezzo Ipo sopra forchetta
2. Technoprobe debutta tra le big di Piazza Affari, sul Ftse Mib cresce il fattore IA
© Riproduzione riservata