La crisi del grano duro non è soltanto una questione agricola. È una partita economica che riguarda uno dei comparti simbolo del made in Italy, la capacità competitiva dell’industria alimentare nazionale e la tenuta di una filiera che dalla produzione nei campi arriva fino alle esportazioni di pasta italiana nel mondo. Il tavolo convocato questa settimana al ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste ha messo nero su bianco una serie di interventi destinati a incidere sul futuro del settore: 40 milioni di euro per rafforzare i contratti di filiera, più controlli sull’origine del prodotto, una stretta sulle pratiche commerciali sleali e un piano di investimenti per modernizzare gli stoccaggi.
Inoltre, boccata d’ossigeno anche con i 140 milioni di euro di aiuti, anche per le aziende cerearicole, per l’aumento dei costi sopportati per l’acquisto dei fertilizzanti (46,4 milioni dalla Ue).
Fotografia complessa
La fotografia del comparto, però, resta complessa. In appena due anni il prezzo del grano duro è passato da circa 35 euro al quintale agli attuali 27 euro, scendendo sotto la soglia dei costi di produzione per molte aziende agricole. Una dinamica che evidenzia una forte asimmetria nella distribuzione del valore lungo la filiera: mentre il prezzo riconosciuto al produttore si riduce, i prezzi al consumo di pasta e derivati restano elevati.
«Al tavolo abbiamo portato alcune proposte fondamentali per affrontare la crisi del grano duro e allo stesso tempo dare una prospettiva di futuro a un settore importantissimo, perché è alla base del grande successo della pasta italiana nel mondo- spiega Luca Saba, capo area economica Coldiretti – La pasta fatta con il grano italiano deve essere il punto di riferimento della filiera».
Fase di tensione
Il mercato del grano duro vive oggi una fase di forte tensione. La riduzione delle quotazioni si inserisce in un quadro caratterizzato dall’aumento generalizzato dei costi produttivi: energia, carburanti, fertilizzanti e mezzi tecnici hanno registrato incrementi significativi, comprimendo ulteriormente la redditività delle aziende. Il caso della Sicilia è emblematico: in alcune aree sono state registrate offerte di acquisto per il nuovo raccolto fino a 19 euro al quintale, una quotazione che rende difficile immaginare una prospettiva economica sostenibile per gli agricoltori.
La Commissione Unica Nazionale
Il tema non riguarda dunque soltanto il livello del prezzo, ma il meccanismo attraverso cui viene determinato. Per questo Coldiretti ha insistito sul ruolo della Commissione Unica Nazionale del grano duro, uno strumento nato proprio con l’obiettivo di garantire maggiore trasparenza nelle contrattazioni. «Dal punto di vista del prezzo non siamo certo soddisfatti del momento di mercato – sottolinea Saba – Sulla Cun abbiamo insistito perché ha portato trasparenza nelle contrattazioni, cosa che prima non era né verificabile né controllabile. Crediamo che la risposta del ministro sia stata adeguata alle esigenze della filiera».
Rapporti da riequilibrare
Il rafforzamento della Cun viene indicato come un elemento centrale per riequilibrare i rapporti economici tra agricoltori e trasformatori, evitando che la pressione competitiva si scarichi esclusivamente sulla produzione primaria.
Tra le misure annunciate dal governo, quella dei 40 milioni di euro destinati ai contratti di filiera rappresenta uno degli interventi più rilevanti. Il principio è quello di superare una logica puramente emergenziale e costruire rapporti più stabili tra agricoltura e industria. I contratti di filiera possono infatti garantire programmazione produttiva, maggiore certezza dei prezzi, investimenti sulla qualità e una più equa distribuzione del valore generato.
Elemento strategico
Per il comparto della pasta italiana, che rappresenta una delle eccellenze agroalimentari più riconosciute a livello internazionale, la disponibilità di materia prima nazionale diventa un elemento strategico anche in chiave industriale.
«Abbiamo chiesto al ministro e apprezziamo la sua risposta, il suo impegno a destinare 40 milioni di euro ai contratti di filiera – afferma Saba – perché sono lo strumento con cui agricoltori e industriali possono davvero creare la pasta 100% italiana che poi viene apprezzata in tutto il mondo». La sfida, quindi, è trasformare il legame tra grano italiano e pasta italiana in un modello economico capace di remunerare adeguatamente ogni fase della filiera.
L’impatto dell’import
Un altro capitolo centrale della discussione riguarda l’impatto delle importazioni sul mercato nazionale. Secondo le analisi Coldiretti su dati Eurostat, gli arrivi di grano canadese sono aumentati del 55% a maggio rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, dopo una crescita del 200% registrata ad aprile. Un flusso che si concentra proprio in prossimità della campagna di raccolta italiana, contribuendo ad aumentare la pressione sul prezzo riconosciuto agli agricoltori. La questione non è soltanto quantitativa, ma riguarda il rispetto delle stesse regole produttive. Il principio della reciprocità rappresenta infatti uno dei temi più rilevanti nel confronto europeo: gli agricoltori italiani operano all’interno di un quadro normativo molto stringente, mentre alcuni Paesi concorrenti applicano standard differenti.
Il nodo glifosate
Il caso del grano canadese riguarda in particolare l’utilizzo del glifosate per il disseccamento pre-raccolta, pratica vietata agli agricoltori italiani ed europei. Per questo Coldiretti ha chiesto un sistema di controlli più avanzato, capace di verificare non solo la documentazione commerciale ma anche l’effettiva origine del prodotto. «Abbiamo chiesto controlli straordinari con tecniche innovative come la risonanza magnetica, la mappatura isotopica e la mappa genomica – evidenzia Saba – Sono strumenti che possono dirci con certezza da dove arriva quel grano utilizzato nella pasta e devono poter valere anche come prova in giudizio». L’obiettivo è contrastare le frodi sull’origine e tutelare sia i consumatori sia gli operatori corretti della filiera.
Investimenti sugli stoccaggi
Se il prezzo rappresenta l’emergenza immediata, gli investimenti infrastrutturali costituiscono la sfida di medio periodo. Oltre il 60% dei centri di stoccaggio italiani ha più di 40 anni. Una rete non sufficientemente moderna limita la capacità degli agricoltori di conservare il prodotto e li espone maggiormente alle dinamiche speculative che spesso si concentrano proprio nella fase successiva alla raccolta. Avere una capacità adeguata di stoccaggio significa poter programmare meglio le vendite, valorizzare le produzioni di qualità e rafforzare il potere contrattuale delle imprese agricole.
«Abbiamo denunciato anche oggi quelli che chiamiamo i trafficanti di grano – spiega Saba – ovvero quei soggetti che sottraggono valore agli agricoltori e portano lontano dai campi il valore generato dalla filiera. Abbiamo chiesto di investire sulla ricerca e sugli stoccaggi, perché conservare il grano di qualità diventa un impegno fondamentale». In questo quadro assume un ruolo strategico anche il rafforzamento della rete dei Consorzi Agrari d’Italia e la possibilità di utilizzare strumenti europei per finanziare sistemi di stoccaggio strategici.
Passaggio decisivo
La cerealicoltura italiana, dunque, si trova davanti a un passaggio decisivo. La crisi attuale è il risultato di fattori internazionali, ma anche di squilibri strutturali che richiedono risposte di sistema. «Ci sarà molto da fare perché il reddito degli agricoltori, mai come in questo momento, è messo sotto pressione anche da quello che succede a livello internazionale – conclude Saba – Basti pensare che rispetto a tre mesi fa il gasolio agricolo è raddoppiato e il costo dei fertilizzanti è schizzato alle stelle».
Leggi anche:
Crisi del grano: Coldiretti porta in piazza 20mila agricoltori
Cucina italiana patrimonio Unesco. Orgoglio pasta ma c’è chi manovra per il sabotaggio
© Riproduzione riservata