Con il via libera della Camera al ddl delega sul nucleare il governo compie il passo più importante degli ultimi quarant’anni verso il ritorno dell’energia atomica in Italia. Si tratta della cornice normativa che consentirà all’esecutivo di scrivere, entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, tutte le regole necessarie per riportare il Paese nella produzione di energia nucleare sostenibile. L’obiettivo dichiarato è completare i decreti attuativi già entro fine anno. La delega riguarda un perimetro molto ampio: dalla costruzione e gestione dei nuovi impianti alla produzione e al riprocessamento del combustibile, dalla gestione dei rifiuti radioattivi allo smantellamento degli impianti esistenti, fino alla ricerca sulla fusione nucleare e all’utilizzo dell’atomo produrre idrogeno. Tra le novità introdotte durante l’iter parlamentare figurano anche la valorizzazione delle filiere nazionali ed europee e la possibilità per i Comuni di autocandidarsi a ospitare gli impianti.
L’obiettivo politico è chiaro. Come ha spiegato a Moneta il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, «abbiamo compiuto una scelta di modernità tecnologica per raggiungere gli obiettivi climatici condivisi a livello internazionale e per offrire un sostegno concreto alla competitività delle nostre imprese». Le aziende, ha proseguito, «hanno bisogno, oggi e soprattutto in prospettiva, di approvvigionamenti energetici sicuri, continui e meno esposti alle turbolenze della geopolitica e dei mercati».
I tempi
La novità più significativa riguarda la tecnologia sulla quale il governo intende costruire il ritorno dell’atomo: gli Small Modular Reactors (Smr). Non si parla più delle grandi centrali da migliaia di megawatt che hanno caratterizzato il nucleare del Novecento, ma di reattori modulari con potenza generalmente inferiore a 300 Megawatt, progettati per essere costruiti in fabbrica e assemblati successivamente sul sito di destinazione. Secondo i dati industriali oggi disponibili, un modulo Smr richiede investimenti compresi tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro, contro i 6-9 miliardi necessari per una centrale tradizionale. Anche i tempi risultano notevolmente più contenuti: tra tre e cinque anni per la realizzazione, rispetto ai dieci-dodici anni delle centrali convenzionali. La vita utile resta comunque elevata, intorno ai sessant’anni. Il principale elemento innovativo riguarda però la sicurezza. Molti dei progetti oggi in sviluppo utilizzano sistemi passivi che consentono al reattore di arrestarsi automaticamente anche in assenza di alimentazione elettrica o intervento umano.
Pichetto sintetizza così la filosofia della nuova strategia italiana: «Puntare sul nucleare di nuova generazione significa mettere il Paese nelle condizioni di affrontare una fase storica in cui la domanda di energia sarà sempre più elevata e in cui serviranno fonti non climalteranti». Il nucleare, ricorda, «non produce emissioni di CO2, contribuisce alla stabilità di un sistema energetico nazionale basato prevalentemente sulle fonti rinnovabili e favorisce una maggiore stabilità dei prezzi dell’energia per famiglie e imprese». Le prime installazioni commerciali, pertanto, potrebbero essere attuate tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, in linea con l’evoluzione tecnologica internazionale degli Smr. È molto probabile che una prima sperimentazione venga effettuata con l’installazione dei reattori su navi mercantili. La ragione economica è uno dei pilastri della strategia governativa.
Le stime parlano di benefici sistemici che potrebbero arrivare fino a 8 miliardi di euro l’anno per famiglie e imprese, mentre Unimpresa valuta che il nuovo nucleare potrebbe consentire alle aziende italiane di ridurre la spesa energetica fino al 30%. Ancora più significativo è il dato sugli investimenti di lungo periodo. Secondo le elaborazioni riportate nel dossier dell’Associazione italiana nucleare, un sistema elettrico che integri una quota dell’11% di energia nucleare potrebbe generare oltre 400 miliardi di euro di risparmi cumulati entro il 2050 rispetto a uno scenario fondato esclusivamente su rinnovabili e sistemi di accumulo.
Il dossier
Per preparare questa fase è nata Nuclitalia, la società controllata da Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%) che ha il compito di valutare le tecnologie più adatte al sistema italiano. L’obiettivo è analizzare i modelli disponibili, studiarne costi e tempi di realizzazione, verificare la sostenibilità economica e valutare le opportunità per una filiera nazionale, considerato che molte aziende già oggi lavorano nelle catene di fornitura nucleari di Francia, Romania e altri Stati europei.
Secondo il dossier “Nucleare in Italia: dal dire al fare” dell’Associazione italiana nucleare, ogni euro investito nel settore sarebbe in grado di generare 2,4 euro di indotto. L’impatto complessivo potrebbe arrivare fino al 2,5% del Pil, con circa 117 mila nuovi posti di lavoro.
Alte temperature
Gli Advanced Modular Reactors (Amr) sono i reattori di quarta generazione, che utilizzano refrigeranti innovativi come piombo liquido, sodio, elio o sali fusi e che possono operare a temperature molto più elevate rispetto ai reattori attuali. Questo consente non solo di produrre elettricità, ma anche calore industriale ad alta temperatura per comparti energivori come siderurgia, chimica e produzione di idrogeno.
Secondo le stime dell’industria, gli Amr potrebbero raggiungere efficienze complessive tra il 45% e il 50%, contro il 30-33% degli Smr e il 33-35% delle centrali tradizionali. Inoltre, una delle caratteristiche più promettenti consiste nella possibilità di ridurre e valorizzare parte delle scorie nucleari esistenti. La piena maturità industriale degli Amr viene generalmente collocata dopo il 2035, ma la legge delega apre già oggi lo spazio normativo necessario per accompagnarne lo sviluppo. «Il progresso di domani si costruisce con le scelte di oggi. E noi abbiamo già iniziato, guardando al futuro», conclude Pichetto.
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