A differenza del resto d’Europa che marcia in forte ritardo sul fronte degli stoccaggi, l’Italia ha i serbatoi di gas pieni per oltre l’80 per cento. Una delle migliori polizze contro gli choc da approvvigionamento con cui i big del settore hanno messo fieno in cascina, a prezzi in parte predeterminati, per affrontare il prossimo inverno. Tutto questo però non basta, perché il costo all’ingrosso del gas, e quindi il peso delle bollette per famiglie e imprese, è esposto alle bruciature e agli umori dei mercati internazionali. A dettare legge su questo fronte è il Ttf di Amsterdam, dove questa settimana il gas passava di mano a valori che non si vedevano dal 2023 e non è andata certo meglio al petrolio. I danni del caro energia sono sotto gli occhi di tutti: l’inflazione è tornata a scottare al 3,3% nella canicola di agosto e i prezzi alla produzione dell’industria a luglio hanno fatto un balzo del 7,8%, spinti dal costo dell’energia. Per non parlare della benzina verde che in autostrada viaggia oltre quota 2,1 euro, malgrado l’esecutivo sia intervenuto anche sul fronte accise per calmierarne i prezzi, senza per questo ripiegare dal percorso di rigore sul debito pubblico.
Una spirale perversa, quella del caro energia, dove tutti hanno da perdere: dai cittadini, alle prese con il paradosso di un carrello della spesa a un tempo più vuoto ma più pesante quando si arriva alle casse, alle Borse, spaventate dall’aumento dei tassi alle viste della Fed e della Bce. Eppure in una certa parte (soprattutto politica) del Paese prospera, con una tenacia da erba infestante, un “no” preconcetto al nucleare.
Sindrome di Stoccolma
Una singolare sindrome di Stoccolma, visto che proprio l’atomo rappresenta un prezioso mezzo per diversificare le fonti di approvvigionamento nel percorso di decarbonizzazione intrapreso dall’Europa.
È infatti ormai assodato che le rinnovabili da sole non bastano, soprattutto in una società quantomai energivora come quella in cui viviamo. Per avere la controprova, pur accantonando per un istante il problema dei pesanti costi energetici sulle spalle di chi produce, più volte ricordati da Confindustria, basta guardare dentro alle nostre case. È sufficiente contare quanti apparecchi elettrici usiamo tutti i giorni – cellulari, tablet, pc portatili, cuffie wireless, spazzolini da denti – e quanto spesso corriamo a cercare il cavo di ricarica perché la batteria è in affanno. Soprattutto ora che il maggiore sport nazionale è divenuto interrogare l’intelligenza artificiale. Un «oracolo» che distilla informazioni prêt-à-porter mentre disseta di Watt le sue equazioni.
I talebani del green
Diventa allora legittimo chiedersi come sia possibile che i talebani del green, determinati a battere ogni strada, magari avvolti nella bandiera di Avs o in quella dei Cinquestelle, pur di fermare il piano approntato dal governo per riaccendere il nucleare in Italia, siano sovente gli stessi che non vogliono rinunciare al cellulare all’ultimo grido, né per se stessi né tantomeno per la propria prole iperconnessa ai social. Un nonsense, un cortocicuito del buonsenso. Eppure le vecchie centrali nucleari, quelle spente dal referendum del 1987, sono ormai poco più che un ricordo. Le punte di diamante della odierna tecnologia dell’atomo sono infatti i minireattori a fissione e quelli “modulari”, mentre sul fronte della fusione nucleare la sfida è quella di giungere alla maturità industriale. Una prospettiva affascinante, che proietterebbe il Pianeta in una nuova era dell’energia, con una inimmaginabile quantità di elettricità a basse emissioni a disposizione. Proprio come avviene, a meno che la sinistra non voglia prendersela pure con gli astrofisici, da “appena” 4,6 miliardi di anni nel nostro universo con il Sole, senza che nessuno abbia mai pensato di promuovere un comitato per spegnerlo. Peraltro, non solo la vicina Francia ma anche la Spagna rossa di Sánchez attinge una bella fetta del proprio fabbisogno energetico dall’atomo: secondo le stime il 20%.
Ignorare questa verità, significa condannare il nostro Paese a stare in equilibrio giorno dopo giorno puntando i piedi su bollette appuntite come filo spinato. Equivale a ferirlo con una spietata precisione che forse neppure il peggior boia saprebbe sostenere a lungo. Eppure è proprio quello che vorrebbe quell’indistinto partito dell’immobilismo variamente declinato, a seconda dei casi, appunto in “no nuke”, “no Tap”, “no Tav” o “no Ponte”. Un balbettio fatto a pensiero, una anafora di negatività che rischia di proiettare il nostro Paese in una sorta di avvelenata parodia dell’Héautontimorouménos di Terenzio, letteralmente “colui che si tortura da sé”.
La tenuta dell’industria
Con la sostanziale differenza che però in questo caso non c’è nulla da ridere: non stiamo assistendo a una commedia del teatro classico. In gioco ci sono i nostri soldi e, insieme alla tenuta di un sistema industriale e della sua capacità di competere all’estero, c’è la salvaguardia dei livelli occupazionali. Quando si parla della sovranità tecnologica ed energetica di un Paese, qualsiasi «cilicio» ideologico è in partenza nefasto. Ecco perché anche tra gli italiani cresce veloce la voglia di tornare al futuro del nucleare.
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