Dalla legge delega, che passerà in Senato nella seconda metà di settembre, ai decreti attuativi, dalla scelta degli Small Modular Reactor alla ricerca delle aree idonee. Il deputato nazionale del dipartimento Energia di Forza Italia Luca Squeri indica nella partnership tra Stato e industria la formula necessaria per rendere possibile il ritorno dell’Italia al nuovo nucleare. Un percorso che dovrà passere dalla nascita del deposito nazionale e dal consenso dei territori dribblando il rischio politico.
Onorevole Squeri, a che punto è il percorso legislativo sul nucleare?
«Tra pochi giorni, nella seconda metà di settembre, il decreto sarà approvato anche al Senato. L’obiettivo è arrivare ai decreti legislativi e ai decreti attuativi entro la fine dell’anno».
Si entra dunque nella fase operativa, come?
«Lo Stato dovrà avere un ruolo fondamentale nella fase iniziale. Il nucleare richiede investimenti importanti, tempi e un quadro di certezze che il mercato da solo difficilmente può garantire. Per questo vedo nella collaborazione tra pubblico e privato la formula vincente. Lo Stato dovrà ridurre al minimo i rischi di investimento».
Una presenza chiave anche per costruire il consenso dell’opinione pubblica?
«Assolutamente sì, ma il consenso non si costruisce soltanto attraverso la garanzia finanziaria dello Stato. Serve soprattutto un rapporto diretto con i territori. Quando individueremo le aree potenzialmente idonee a ospitare infrastrutture nucleari, sarà necessario spiegare alle comunità che cosa comporta realmente, le garanzie di sicurezza e quali i benefici possono derivarne».
Dove nasceranno i nuovi impianti?
«È una questione che dovrà essere affrontata con attenzione. I siti che in passato hanno ospitato impianti nucleari possono rappresentare una delle possibilità da valutare. Se un territorio aveva già le caratteristiche per ospitare il nucleare, è evidente che quella storia e quelle infrastrutture possono essere una base di partenza».
E chi deciderà quali sono le aree idonee?
«La validazione finale spetterà alle istituzioni competenti, con un ruolo centrale del ministero dell’Ambiente e delle strutture tecniche che saranno definite nel nuovo assetto regolatorio».
Quali?
«Un tassello sarà l’autorità indipendente per la sicurezza nucleare. Ogni Paese che svolge attività nucleari deve averne una che vigili e controlli. È una condizione essenziale: chi realizza gli impianti non può essere contemporaneamente il soggetto che li controlla. L’autorità dovrà essere indipendente dai privati e avere la responsabilità della vigilanza sulla sicurezza nucleare».
C’è un altro dossier delicato: il deposito nazionale per i rifiuti radioattivi.
«Sì, ed è importante non confondere i due percorsi. Sono certamente collegati, ma devono procedere parallelamente. L’Italia ha già oggi bisogno di un deposito di superficie per i rifiuti radioattivi di bassa e media attività, indipendentemente dalla decisione di realizzare nuovi reattori. Produciamo infatti materiali radioattivi anche attraverso le attività sanitarie e industriali. Quindi il deposito è un obbligo che dobbiamo affrontare comunque, a prescindere dal nucleare».
Il deposito può diventare anche il primo banco di prova nel rapporto con i territori?
«È sicuramente un passaggio fondamentale. All’estero ci sono esempi nei quali le comunità vedono la presenza di queste strutture come un’opportunità. Penso a territori nei quali il nucleare convive con attività agricole, ambientali e turistiche. In alcuni casi, addirittura, i Comuni competono per ottenere i benefici legati all’ospitalità di queste infrastrutture».
La legge indicherà la tecnologia?
«No. La legge definisce il quadro normativo. La scelta tecnologica arriverà successivamente. In questo avrà un ruolo importante Nuclitalia (Enel, Ansaldo Nucleare e Leonardo), che dovrà approfondire le tecnologie disponibili. L’orientamento riguarda Smr e fissione».
E il referendum? Sarà inevitabile?
«Un referendum non sarebbe certamente qualcosa che noi andremmo a chiedere. Ma se una parte politica contraria al nucleare decidesse di utilizzare questo strumento, potrebbe diventare un passaggio difficile da evitare».
È il maggiore rischio all’orizzonte?
«Il rischio principale è politico. La tecnologia può essere sviluppata, il quadro normativo può essere costruito, gli investimenti possono essere organizzati. Il problema è garantire continuità a una strategia che necessariamente durerà molti anni. Il nucleare non è un progetto che si esaurisce in una legislatura».
Il confronto politico resta quindi decisivo.
«Sì, ma credo che le forze contrarie debbano capire che il nucleare non deve essere contrapposto alle rinnovabili. L’Italia ha bisogno di un mix energetico e serve anche una fonte programmabile come il nucleare».
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