Parigi, 10 agosto 1946. Un uomo si alza davanti ai vincitori e sa di essere solo. Alcide De Gasperi parla la lingua dei perdenti, sente che tutto, tranne la cortesia personale dei presenti, è contro di lui. È l’immagine da cui converrebbe far cominciare la storia della Repubblica, non il 2 giugno, non il 1948: un Paese sconfitto, umiliato, che entra nel mondo con il cappello in mano. Da quella umiltà, da quel crogiolo di anarchia e rinascita che va dall’8 settembre alla Guerra fredda, nasce qualcosa che nessuna Carta avrebbe poi saputo raccontare per intero.
Il Principe e la Repubblica
È il punto da cui parte Il Principe e la Repubblica (Luiss University Press), il libro con cui Lorenzo Castellani e Gaetano Quagliariello ripercorrono ottant’anni di potere e istituzioni italiane, dal 1943 a oggi. L’idea è antica e viene da Walter Bagehot e dalla sua Costituzione inglese: una Costituzione non è un testo, è un organismo vivente. Ha una parte che incanta, le cerimonie, i simboli, e una parte che decide, dove pochi uomini discutono e rispondono al voto. Gli inglesi le chiamavano dignified ed efficient. Noi, più prosaicamente, abbiamo sempre avuto la Costituzione materiale di Mortati: non ciò che la Repubblica dice di essere, ma ciò che è davvero.
La vera Costituzione
La vera Carta italiana infatti non sta tutta nei suoi articoli. È nei trattati di pace e in quelli europei, nelle leggi elettorali che disegnano i partiti, nelle sentenze della Consulta, nel vincolo esterno atlantico che ci tiene per il bavero ogni volta che pensiamo di poterne fare a meno. Sono questi i poteri costituenti in permanente attività e poi la Chiesa, i sindacati, la burocrazia, Bruxelles, gli apparati. Castellani e Quagliariello li guardano con l’occhio freddo dello storico, e ciò che la Repubblica è davvero lo dicono senza pudore. Prima vennero i partiti, poi le istituzioni. Prima il singolare del Partito unico fascista che si fa plurale, poi la democrazia. E in mezzo l’eccezione che spiega tutto, il più forte Partito comunista d’Occidente, strutturalmente escluso dal governo: la democrazia bloccata, la lungodegenza di una classe politica, il consociativismo come arte di sopravvivere. Il Paese si abitua a un’idea sciasciana del potere, dove la regola scritta è una cosa e la prassi un’altra, e la seconda pesa sempre più della prima.
Come un film western
Da qui in poi è un western lungo ottant’anni. Il centrosinistra delle speranze e delle occasioni mancate, il Sessantotto, Moro nel covo, l’inflazione, lo Sme, il pentapartito, il crepuscolo. Poi Mani Pulite, che non è una rivoluzione ma un crollo, i partiti che si sgretolano da soli come palazzi minati. La Seconda Repubblica promette un principe e consegna un duello permanente, il bipolarismo all’italiana, vent’anni di rissa con il fango che vola da una trincea all’altra. Arrivano i tecnici a commissariare la politica, arriva lo spread come una pistola puntata, arriva Renzi, arriva la legislatura tumultuosa del 2018, e infine, per la prima volta, una donna a Palazzo Chigi e una stabilità che gli autori chiamano, con misura, inedita.
È qui che il libro consegna la sua immagine più forte, e più malinconica. Cercavamo un principe. Lo abbiamo rincorso per mezzo secolo, di riforma in riforma, di premierato in premierato, e ogni volta lo abbiamo bruciato. Il principe, in Italia, si consuma. Quello che non si consuma è un uomo solo sulla collina, il Quirinale. È la scena alla Leone, il campo lungo e poi il primo piano, gli occhi del vecchio che resta in piedi mentre tutti gli altri cadono. Due volte, con Napolitano e con Mattarella (nella foto), abbiamo riconfermato lo stesso re laico, rompendo la regola non scritta del settennato unico, perché era l’unico punto fermo rimasto in una stanza dove i partiti non riuscivano più nemmeno a mettersi d’accordo su un nome. La parte che doveva soltanto incantare è diventata la parte che decide. Bagehot, dal suo Ottocento, sorriderebbe.
Laboratorio
Gli autori non festeggiano e non condannano, osservano. E sottolineano che l’Italia, Paese che diffida dello Stato e ama il Capo, è oggi meno fragile di dieci anni fa, ed è stata persino un laboratorio: il primo grande Paese europeo a prendere il populismo sovranista e a integrarlo nel sistema, invece di esserne travolto come ancora temono Parigi e Berlino. C’è perfino il Mezzogiorno che torna utile, la portualità del Sud, il Piano Mattei, i fondi del Pnrr che corrono più in fretta che altrove, la più antica delle nostre questioni che per una volta gioca a favore. È un primato strano, da reduci. Lo stringiamo tra le mani perché abbiamo già attraversato tutti i nostri incendi, mentre gli altri devono ancora vedere il fumo.
Verità scomoda
Resta una verità scomoda, che il libro affida al lettore senza addolcirla. Questa stabilità non poggia su una regola, poggia su un equilibrio fragile, su una contingenza, su un uomo. È elastica proprio perché non è scritta, e dove altri hanno la rigidità della Quinta Repubblica noi abbiamo l’arte di arrangiarci diventata diritto costituzionale. Per chi crede che la libertà di ciascuno si difenda meglio con le regole che con gli uomini, è una buona notizia travestita da cattiva, o forse il contrario, e non è dato saperlo prima del prossimo voto. Quagliariello e Castellani, coppia che suona bene, sono riusciti a fare della storia repubblicana una storia intrigante, con un finale che non è affatto scontato. Gli ottant’anni della Repubblica si chiudono così, con un re sul Colle, un principe che non arriva mai, e un Paese che, ancora una volta, è sopravvissuto a se stesso, che poi è l’unica cosa che gli italiani sanno fare davvero bene.
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