Per anni si è detto che l’Italia fosse “in saldo”. Marchi storici ceduti a gruppi stranieri, fondi internazionali a fare shopping nei distretti, imprenditori costretti a cedere per crescere. Oggi, senza proclami e senza retorica, lo spartito sta cambiando. Sempre più spesso è capitale italiano che compra, ricompra o ristruttura aziende italiane. Non per nostalgia, ma per strategia industriale e posizionamento competitivo.
Il fenomeno non è ideologico, né c’entra col patriottismo. È finanziario e geopolitico insieme. In un contesto di tassi più alti, mercati più selettivi e attenzione politica sugli asset strategici, famiglie imprenditoriali, gruppi quotati e fondi domestici stanno consolidando filiere, riportando marchi sotto controllo nazionale e difendendo catene del valore considerate cruciali.
Uno dei casi più simbolici è quello di Prada, che ha rilevato Versace in un’operazione da circa 1,3 miliardi di euro. Un’acquisizione che ha riportato sotto un campione italiano un altro marchio iconico della moda, dopo anni di proprietà estera. Un rafforzamento dimensionale in un settore dove la scala globale è diventata decisiva.
Nel largo consumo, NewPrinces ha riportato in mani italiane il marchio Plasmon, rilevandolo da Kraft Heinz. Un’operazione che vale molto più dei circa 120 milioni investiti: significa controllo della filiera agroalimentare, potere contrattuale nella distribuzione e tutela di un brand simbolico. La stessa NewPrinces ha poi acquisito le attività italiane di Carrefour e annunciato il rilancio del marchio G.S.
Un altro tassello riguarda l’energia e la termotecnica. L’anno scorso Ariston Group ha acquisito Riello, storico marchio italiano del riscaldamento fondato nel 1922 e finito negli anni precedenti sotto controllo estero attraverso il gruppo Carrier. L’operazione ha riportato Riello (e le controllate caldaie Beretta) sotto una guida industriale italiana, sventando l’assalto degli asiatici Haier e Midea e creando uno dei poli europei più rilevanti nelle soluzioni per il comfort termico e la transizione energetica. In un mercato attraversato dalla decarbonizzazione e dalle nuove normative europee sull’efficienza energetica, avere massa critica e controllo della R&D diventa decisivo. L’acquisizione consente di concentrare in Italia capacità progettuali e strategiche in un settore chiave. Anche qui, più che patriottismo, è integrazione verticale e rafforzamento competitivo.
Non mancano esempi. L’imprenditore comasco Achille Pinto ha rilevato Canepa, storica azienda serica in difficoltà, preservando competenze chiave del distretto tessile lariano. Un’operazione meno vistosa, ma cruciale per evitare la dispersione di know-how industriale. Accanto ai grandi deal, si moltiplicano operazioni di delisting e riacquisto di quote da parte delle famiglie fondatrici. Portare un’azienda fuori dalla Borsa significa ridurre la pressione trimestrale e recuperare una visione di lungo periodo.
In diversi settori – dalla meccanica alla tecnologia – famiglie imprenditoriali stanno rafforzando le proprie partecipazioni, talvolta ricomprando quote cedute a fondi negli anni precedenti. In questo quadro si inserisce anche l’operazione Hsg-Golden Goose, che segna un ulteriore tassello nel riassetto degli asset simbolici del made in Italy. Non è propriamente un ritorno a casa (Hsg è un venture capital cinese e nel capitale è entrato anche il fondo sovrano di Singapore Temasek, che dopo Moncler e Zegna continua a puntare sul lusso nostrano), ma un riposizionamento strategico con baricentro italiano. Il gruppo veneto delle sneaker di lusso è tornato al centro di una partita che si è conclusa con un rafforzamento dell’italianità nella governance: Silvio Campara, in azienda da oltre 12 anni, resta al timone del gruppo comead mentre Marco Bizzarri, l’ex ceo di Gucci già in cda, è diventato presidente non esecutivo.
Ma cosa sta succedendo davvero? Tre fattori convergono. Primo, la consapevolezza che alcune filiere – energia, difesa, agroalimentare, digitale – sono diventate strategiche in senso geopolitico. Secondo, la disponibilità di capitali accumulati negli anni da famiglie e gruppi industriali italiani, spesso meno indebitati rispetto al passato. Terzo, una maggiore maturità del private equity domestico, capace di affiancare imprenditori con logiche meno speculative e più industriali. Va anche considerato l’effetto golden power e la crescente attenzione dello Stato su asset sensibili. Senza un interventismo diretto, il contesto regolatorio ha reso più complesso per operatori esteri acquisire società in settori strategici. Questo non significa chiusura verso l’estero. Molte operazioni restano internazionali o ibride. Ma cambia l’equilibrio: l’Italia non è più solo terreno di conquista, è anche soggetto attivo di riorganizzazione e consolidamento.
In una fase di transizione globale, il ritorno di capitale domestico sulle aziende italiane racconta qualcosa di nuovo. Non è un riflesso difensivo, ma una strategia di presidio. Dopo anni in cui si parlava di declino industriale, l’Italia sembra aver riscoperto un istinto antico: difendere le proprie filiere, rafforzare i campioni nazionali e fare sistema, almeno quando serve.
Perché alla fine il capitalismo non è solo una questione di prezzi o multipli, ma di controllo e visione. E oggi, sempre più spesso, la regia delle operazioni parla italiano. Non è detto che basti per vincere la partita globale. Ma, per la prima volta dopo molto tempo, l’Italia non gioca più solo in difesa.
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