«L’Europa ha perso vent’anni. Ora servono leadership e una vera politica industriale». Per Francesco Casoli la sfida che la Ue ha davanti non riguarda soltanto la competitività delle imprese. In gioco c’è la sopravvivenza stessa della cultura manifatturiera europea. Presidente di Elica, gruppo marchigiano leader mondiale nella produzione di sistemi di aspirazione per la cucina e di sistemi di cottura con circa 2.600 dipendenti, sette stabilimenti produttivi e una presenza commerciale in oltre 50 Paesi, Casoli osserva la trasformazione degli equilibri industriali globali. Già presidente di Aidaf, l’associazione delle imprese familiari italiane, è tra gli imprenditori che più hanno insistito sulla necessità di riportare al centro la politica industriale.
Presidente, guardando anche all’esperienza di Elica, qual è stato il vero errore strategico dell’Europa?
«L’errore non è stato semplicemente delocalizzare la produzione. Il problema è che per vent’anni non abbiamo capito cosa stesse realmente accadendo. Abbiamo sottovalutato la capacità innovativa e la visione strategica di un intero sistema, quello asiatico. Non parlo soltanto delle imprese, ma di un modello che coinvolge politica, università, ricerca e industria. Mentre noi ragionavamo sul breve periodo, loro costruivano pazientemente un vantaggio competitivo destinato a durare decenni. L’imprenditore europeo corre una maratona con uno zaino sulle spalle: diritti dei lavoratori, tutela dell’ambiente, sicurezza, welfare. Sono conquiste irrinunciabili e nessuno vuole metterle in discussione. Il problema è che dall’altra parte competiamo con sistemi che quello zaino non ce l’hanno. Le regole sono diverse, i costi sono diversi e perfino il rapporto con il lavoro è profondamente diverso».
Quindi il problema non è il costo del lavoro, ma l’assenza di condizioni competitive comparabili?
«Pensiamo ai motori elettrici di nuova generazione. Per produrli servono magneti permanenti realizzati con terre rare come il neodimio. Noi dipendiamo quasi totalmente da fornitori cinesi. Questo significa che qualcun altro decide disponibilità, prezzi e tempi delle materie prime strategiche. Quando l’Europa ha scelto la transizione ecologica ha deciso di perseguirla a tutti i costi. È proprio quel a tutti i costi che oggi ci presenta il conto. Abbiamo fissato obiettivi senza costruire prima una filiera industriale autonoma. C’è poi un altro aspetto che spesso sottovalutiamo. In Asia vedo giovani con una determinazione impressionante nello studio, nella ricerca e nel lavoro. Non dico che dobbiamo copiarli, ma non possiamo ignorare che competiamo con persone che investono anni della loro vita per acquisire competenze. Anche noi abbiamo perso un po’ del coraggio di rischiare e di innovare».
L’Europa rischia di penalizzare le proprie imprese con regole che i concorrenti non rispettano?
«La sostenibilità resta un obiettivo giusto. Ma sostenibilità significa anche preservare la capacità produttiva di un continente. Se imponiamo standard ambientali molto elevati ai nostri produttori e poi importiamo beni realizzati senza quegli stessi vincoli, otteniamo un doppio danno: perdiamo competitività e, allo stesso tempo, esportiamo altrove l’impatto ambientale che vogliamo evitare. Non è una politica industriale, è una contraddizione».
Le regole del commercio globale vanno ripensate?
«Se continuiamo ad aprire il mercato europeo a prodotti realizzati con regole completamente diverse dalle nostre, noi perdiamo la partita. Servono barriere intelligenti, ma devono servirci per ricostruire un sistema industriale europeo, non per rinviare il problema di qualche anno».
Se l’Europa ha sbagliato diagnosi, qual è oggi la terapia?
«L’Europa deve dotarsi finalmente di una politica industriale. Dobbiamo decidere quali tecnologie vogliamo sviluppare, quali filiere consideriamo strategiche e come mettere in sicurezza l’approvvigionamento delle materie prime critiche. Questa discussione avrebbe dovuto iniziare dieci anni fa. Oggi il tempo è molto meno di quanto pensiamo».
La pressione competitiva cinese è destinata ad aumentare?
«La Cina ha preparato questa fase per decenni. È come una molla caricata lentamente: investimenti, ricerca, acquisizione di tecnologie, controllo delle materie prime. Adesso quella molla è stata liberata e la pressione sui mercati sta diventando evidente. Non riguarda più soltanto l’automotive o i grandi gruppi industriali. Sta arrivando anche nelle piccole nicchie manifatturiere italiane, quelle che pensavamo fossero inattaccabili. È questo che mi preoccupa maggiormente».
Nel frattempo arriva anche la rivoluzione dell’intelligenza artificiale.
«È il terzo grande fattore di trasformazione. Da una parte abbiamo la pressione industriale asiatica, dall’altra la rivoluzione tecnologica americana. L’Europa rischia di trovarsi schiacciata nel mezzo. L’IA non sostituirà tutto, ma cambierà profondamente i processi produttivi e la capacità di innovare. Noi però oggi conosciamo l’intelligenza artificiale come utenti, non come produttori di tecnologia».
Come si resta competitivi in uno scenario come questo?
«Con l’innovazione, il design e una presenza produttiva vicina ai mercati in cui vendiamo. Con Elica produciamo in Messico, Giappone, Polonia e Italia, ma oggi il solo Italian touch non basta più. Bisogna aumentare la produttività, innovare i processi e investire in qualità e automazione. In quarantasei anni di impresa ho attraversato crisi petrolifere, recessioni, globalizzazione e pandemia. Questa, però, è diversa: mette insieme la pressione competitiva asiatica, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale e la trasformazione geopolitica del commercio mondiale. Una combinazione che obbliga tutte le imprese a ripensare il modello di business».
Qual è l’appello che vuole rivolgere alla politica europea?
«Abbiamo bisogno di una leadership europea che capisca che questa non è più una discussione teorica. È una scelta sul futuro. Se continuiamo a rinviare le decisioni rischiamo di ritrovarci con un continente magari più verde, ma senza più industria».
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